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日志


Nibiru: il X pianeta

IL X PIANETA

Zecharia Sitchin, linguista e storico russo, esperto di civiltà sumera (uno dei pochissimi studiosi in grado di decifrare le iscrizioni in carattere cuneiforme), assume come certo e veritiero, anche se confuso, tutto ciò che viene comunemente chiamato mitologia. Tutto ciò che rappresenta i costumi e gli usi di un popolo, dalle antiche tradizioni ai racconti popolari, dalle raffigurazioni su templi o su oggetti e utensili, alle varie pratiche cerimoniali, danze e canti propiziatori; tutto ciò sarebbe in realtà confusa memoria di fatti realmente accaduti.

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Zecharia Sitchin

Recenti studi astronomici confermano la scoperta di un altro pianeta nel sistema solare, un pianeta con un'orbita ellittica molto ampia, che lo porterebbe a transitare tra Marte e Giove ogni 3.600 anni. I Sumeri erano a conoscenza dell'esistenza di questo pianeta, che chiamavano Nibiru, "il pianeta dell'attraversamento", che proveniva dalle profondità dello spazio, al di fuori del nostro sistema solare; i suoi abitanti, gli Anunnaki, iniziarono a visitare la Terra circa mezzo milione di anni fa, e la cronaca di quei giorni può essere letta -secondo Sitchin- nell'Antico Testamento come nel libro di Gilgamesh.
Esiste un testo mesopotamico, l'Enuma Elish ("Quando nell'alto"), risalente a più di 4000 anni fa, scritto in caratteri cuneiformi, composto di sette tavole e nel quale, sotto forma di narrazione, si descrive la formazione del nostro Sistema Solare.

"Enuma elish la nabu shamamu (Quando nell'alto il Cielo non aveva ancora un nome
Shaplitu ammatum shuma la zakrat" E in basso anche il duro suolo non aveva nome)

Così comincia l'Enuma Elish. Esistono all'inizio solo tre dei: Apsu ("uno che esiste fin dal principio"), Mummu ("uno che è nato") e Tiamat ("vergine della vita").

Dal rimescolamento delle acque primordiali (elemento base dell'universo) nascono Lahmu ("dio della guerra") e Lahamu ("signora delle battaglie"). Comparvero poi Anshar ("primo dei cieli") e Kishar ("primo delle terreferme"), i quali generarono Anu ("quello dei cieli") e Gaga. Si menziona poi Ea come "abile creatore".


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Ea giace nella "Casa d'acqua" di Apsu


L'accostamento degli dei del testo mesopotamico con i Pianeti del nostro Sistema Solare ha portato
ad identificare Apsu con il Sole, Mummu con Mercurio, Lahamu con Venere, Lahmu con Marte, Tiamat con la Terra, Kishar con Giove, Anshar con Saturno, Gaga con Plutone, Anu con Urano ed Ea con Nettuno.
Il testo prosegue descrivendo le orbite turbolente ed irregolari dei pianeti, tutta una serie di vicende caotiche che portarono infine ad una relativa pace, interrotta dall'arrivo di Marduk, un nuovo dio (e quindi un nuovo pianeta, formatosi altrove).
Così prosegue L'Enuma Elish:

"Nella camera dei Fati, nel luogo dei Destini
Un dio fu generato, il più capace e saggio degli dei;
nel cuore del Profondo fu creato Marduk.
Attraente era la sua figura, scintillante il levarsi dei suoi occhi;
maestoso era il suo passo, imponente come nei tempi antichi
…Egli era il più alto tra gli dei, superiore in tutto…
Superbo tra gli dei, superava tutti per statura;
le sue membra erano enormi, egli era eccezionalmente alto".

Il racconto indica quindi l'entrata di Marduk nel Sistema Solare; dopo una serie di deviazioni, la sua traiettoria si incrocia con quella di Tiamat, colpendola, inizialmente con un suo satellite:

"Il Signore distese la sua rete per avvilupparla;
il Vento del Male, che gli stava dietro, le scatenò contro.
Quando Tiamat aprì la bocca per divorarlo
Egli le spinse contro il Vento del Male,
in modo che non potesse più chiudere le labbra.
I feroci venti di tempesta quindi caricarono il suo ventre;
il suo corpo si gonfiò, la bocca si spalancò.
Egli scagliò una freccia che le dilaniò il ventre;
penetrò nelle sue viscere e le si conficcò nel grembo.
Dopo averla così domata, egli spense il suo soffio vitale".


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Così potrebbe apparire l'arrivo di Nibiru nel nostro Sistema solare

Successivamente Marduk transita nuovamente vicino a Tiamat, incrociandola per la seconda volta, e colpendola con la sua propria superficie: la conseguenza è che Tiamat viene divisa in due, una parte della quale formerà la cintura degli asteroidi (che attualmente orbita tra Marte e Giove), mentre l'altra parte formerà la Terra, che verrà spinta dal satellite di Marduk "Vento del Nord" (terza collisione) in un'orbita nuova assieme a Kingu (Luna), che era già uno dei dieci satelliti di Tiamat. L'Enuma Elish descrive questa serie di collisioni così:

"Il Signore calpestò la parte posteriore di Tiamat;
con la sua arma le tagliò di netto il cranio;
recise i canali del suo sangue;
e spinse il Vento del Nord a portare la parte ormai staccata
verso luoghi che nessuno ancora conosceva.
L'altra metà di lei egli innalzò come un paravento nei cieli;
schiacciatala, piegò la sua coda fino a formare la Grande Fascia,
simile a un bracciale posto a guardia dei cieli".


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Marduk contro un servo di Tiamat (VIII secolo a. C.)


In seguito, nel suo periodo di rivoluzione, Marduk attrasse il satellite di Anshar (Saturno), Gaga (Plutone), spostandolo in un'orbita indipendente attorno ad Apsu (Sole), come un vero e proprio pianeta.
L'Enuma Elish afferma chiaramente che Marduk proveniva da profondità cosmiche esterne al nostro Sistema Solare; I sumeri chiamavano questo invasore Nibiru, "il pianeta che attraversa".
Nell' indicare la sua orbita, i testi mesopotamici la descrivono come un'orbita grandissima, estesa fino a regioni sconosciute dell'Universo. Ancora, nel mondo antico, vi era la profonda convinzione che ciclicamente (ogni 3600 anni) questo pianeta tornasse nelle vicinanze della Terra, e studi sempre più approfonditi in questa direzione sembrano dare concretezza scientifica a questi racconti epici.
Un altro testo mesopotamico, tradotto da Viroellaud vengono descritti i membri del gruppo Mulmul, ossia del nostro Sistema Solare. Questo testo parla di "dodici pianeti"
La riga 20 della tavola TE riporta:

"Naphar 12 sheremesh ha.la
sha kakkab.lu sha Sin u
Shamash ina libbi ittiqu"

Che significa "In totale dodici membri a cui appartengono il Sole e la Luna, e dove orbitano i pianeti".
Considerando il nostro attuale sistema planetario, composto da nove pianeti più il Sole e la Luna, chiaramente manca un pianeta, Nibiru.
I Sumeri, nei loro testi, riportano descrizioni di Nibiru, come venne visto in quei giorni remoti:

"Dio Nibiru:
è colui che senza fatica
continua l'attraversamento nel mezzo di Tiamat
sia Attraversamento il suo nome
colui che occupa il mezzo

Il grande pianeta:
in apparenza, rosso scuro
il paradiso a metà divide
il suo nome è Nibiru"

Nel 1930 venne scoperto Plutone, e questo, almeno all'inizio, fornì lo spunto per spiegare le interferenze osservate sulle orbite di Nettuno e di Urano. Questa spiegazione risultò in breve tempo molto fragile, perché nel 1978 W.Christie (dell'Osservatorio Navale di Washington) dimostrò che Plutone era troppo piccolo per poter esercitare un'influenza gravitazionale così forte sugli altri due pianeti; ipotizzò che la causa potesse essere la presenza di un pianeta sconosciuto, la cui massa sarebbe stata in grado di inclinare l'orbita di Urano, spostare Plutone ed imprimere un'orbita retrograda ad uno dei satelliti di Nettuno (Tritone).
Dopo la scoperta di Christie, R.S.Harrington e T.C.Van Flaandern, dello stesso Osservatorio di Washington, condussero una serie di prove simulate al computer, e conclusero che quelle anomalie orbitali potevano essere prodotte da un pianeta grande due volte la Terra e distante da Plutone circa 2.4 miliardi di Km. Missioni successive del Pioneer 10 e 11 e di Voyager rafforzarono questa tesi.
Nel 1983 il telescopio spaziale IRAS (Infrared Astronomic Station), inviato in orbita e attivo per quasi un anno, registrò altri dati favorevoli alla tesi del "Planet X"; dotato di una tecnologia in grado di captare le radiazioni infrarosse dei corpi celesti molto lontani dal Sole (non osservabili direttamente dalla Terra), il telescopio IRAS inviò alla NASA più di 600.000 immagini, dalla cui elaborazione è stato possibile individuare nuove stelle e sistemi planetari in formazione.
Nel dicembre dello stesso anno la stampa statunitense annunciò che il telescopio aveva scoperto, in direzione della costellazione di Orione, un corpo celeste le cui probabili dimensioni erano simili a quelle di Giove [dalla rubrica scientifica del Washington Post]. Il direttore dell'IRAS, G.Neugebauer dichiarò che gli astronomi non sapevano classificarlo.



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Telescopio spaziale IRAS


In seguito venne stimata la distanza oggetto-Sole in 80 miliardi di Km, cioè abbastanza vicino da rientrare nell'orbita del nostro Sistema Solare; sembrava in avvicinamento verso la Terra ma era troppo grande e si muoveva troppo lentamente per essere una cometa.
Nel 1987 la NASA annunciò ufficialmente la possibile esistenza del "Planet X", in una conferenza tenuta presso il Centro di Ricerca di Ames, in California, attraverso il suo portavoce, John Anderson.
Alla fine degli anni '90 John Murray (UK's Open University) e John Matese (University of Southwestern Louisiana) arrivarono, con studi separati, alle stesse conclusioni, e cioè che esiste un oggetto sconosciuto ai limiti del nostro Spazio che esercita una forza gravitazionale capace di "rallentare l'uscita delle sonde dal sistema solare e di deviare il percorso delle comete"
Nel 1998 la NASA annunciò la possibile scoperta di un pianeta extrasolare in una stella binaria (TMR-IC) della costellazione del Toro, a circa 450 anni luce dalla Terra.
In seguito nuove osservazioni con il telescopio Keck esclusero quest'ipotesi, in quanto si sarebbe individuata una temperatura superficiale superiore a 2700 gradi Kelvin, incompatibile con la temperatura di qualunque giovane pianeta.
Nel febbraio del 2000 è stata scoperta una cometa di grandi dimensioni che sta ruotando attorno al Sole lungo un'orbita talmente grande ed ellittica, da non poter essere giustificata col solo disturbo gravitazionale prodotto dai pianeti più grandi (Giove, Saturno). La cometa è stata denominata 2000CR105, e sembra avere un diametro di almeno 400 Km. Brett Gladman e i suoi collaboratori, dall'Osservatorio della Costa Azzurra, hanno stimato il suo perielio a 6,6 miliardi di Km, e il suo afelio a 58 miliardi di Km circa.
Tra le numerose ipotesi prese in esame, vi è quella suggestiva dell'esistenza di un pianeta delle dimensioni di Marte, che orbiterebbe ad una distanza media dal Sole di circa 11 miliardi di Km, giustificando l'evoluzione e il comportamento di questa enorme cometa. Tuttavia questo pianeta non è stato ancora individuato.
Nel 2001 l'Osservatorio Elvetico di Neuchatel ha annunciato che i suoi astronomi avevano individuato una massa di colore rossastro negli spazi siderali, lo stesso corpo celeste, probabilmente,captato dal Gordon Macmilla Southam Observatory di Lowel in Arizona. In tutt'e due i casi si è parlato di un corpo planetario in fase di avvicinamento regolare alla Terra.
Nel gennaio 2002 alcuni astronomi (da ultimi quelli dell'osservatorio di Haute Provence in Francia) hanno dichiarato di essere riusciti a fotografare un corpo celeste in avvicinamento in ascensione retta (4h 27m 22s; declinazione 12h 8m 20s).
In un articolo apparso sulla rivista Nexus del bimestre Novembre-Dicembre 2002, Furio Stella riporta le dichiarazioni di Adriano Forgione, direttore del mensile Hera, che aveva pubblicato nel suo giornale presunte foto di Nibiru, la cui attendibilità non è stata in alcun modo provata. Al contrario, semmai, Forgione ne ha smentito la veridicità in occasione del 2° Convegno Nazionale di Nexus dello scorso 27 Ottobre 2002. "Questo non significa che io non creda nell'esistenza di Nibiru -ha detto Forgione- Credo anzi che i Sumeri conoscessero molto bene com'era composto il Sistema Solare…e le loro osservazioni vengono oggi confermate anche dagli astrofisica…con i calcoli matematici sull'orbita delle comete. Questi calcoli confermano l'esistenza di un grande corpo celeste , almeno tre-quattro volte la Terra, con l'orbita retrograda, per cui tutto coincide con quanto descritto da Sitchin".
Sul lavoro dello studioso russo però il direttore di Hera ammette di trovarsi in disaccordo su svariati punti: "Non c'è conferma che il Decimo Pianeta entri nel Sistema Solare e che abbia l'orbita allungata e intersecante. Non ha senso…Sono poi scettico sul fatto che il Pianeta sarebbe abitato…
In questo Sitchin ha unito vari concetti associando a Nibiru un concetto che non c'è sui testi cuneiformi: quella che gli Anunnaki siano gli abitanti di Nibiru è in sostanza una sua deduzione."
La domanda da farsi, al di là di tutte le possibili congetture sulla presenza di Nibiru nel nostro Sistema Solare, sul suo arrivo, sulla presenza di organismi viventi sulla sua superficie, è quali saranno, in definitiva, le conseguenze della scoperta del Decimo Pianeta; cosa porterà all'Umanità, e cosa, invece, le toglierà?

Stranezze sul pianeta Marte

STRANEZZE SUL PIANETA MARTE

A partire dalla prima metà degli anni settanta gli Stati Uniti effettuarono diverse missioni spaziali volte all'esplorazione diretta di alcuni pianeti del sistema solare ed in particolare del pianeta Marte. Grazie all'impiego delle sonde spaziali automatiche la NASA (l'ente spaziale statunitense) nel 1972 con la sonda Marineer 9 diede il via ad una serie di missioni sistematiche volte all'acquisizione di nuove informazioni e dati sulle caratteristiche del pianeta rosso. Il tutto apparve come il normale svolgersi di previste attività spaziali di ricerca, tranne che per i "soliti piccoli inconvenienti" verificatisi sistematicamente durante tutte le missioni ufficiali effettuate. Ebbene tali inconvenienti si sono in realtà rivelati dei veri e propri eventi anomali inspiegabili. Ma ciò che destò più scalpore allora, come del resto ancora oggi, furono le evidenti e regolari operazioni di insabbiamento e di cover-up perpetrate dalla NASA su determinati e sconcertanti rinvenimenti effettuati sulla superficie di Marte. Una delle prime scoperte che suscitarono clamore, fu la pubblicazione di una foto scattata dalla sonda Marineer 9 nella regione marziana nota come quadrangolo di Eliseo. In tale area era visibile una formazione di quattro complessi simili a delle piramidi con tre lati. In effetti, dopo un'attenta analisi della foto, venne riscontrata la presenza di due coppie di strutture piramidali tetraedriche. Una coppia era costituita da piramidi molto grandi, le cui dimensioni superavano di gran lunga quelle della piana di Giza in Egitto. L'altra, era formata da piramidi decisamente più piccole e disposte apparentemente secondo una forma romboidale. L'assenza di ulteriori immagini portò la NASA a smentire il tutto suggerendo che si trattava di una semplice aberrazione ottica dovuta a fenomeni naturali. Tesi, quest'ultima, che venne successivamente ribadita in uno studio, pubblicato su una rivista scientifica americana, da due professori che proponevano ben quattro teorie esplicative possibili. Tali teorie, però, non convinsero del tutto gli studiosi, tant'è che negli anni successivi furono pubblicati gli studi di altri ricercatori. Alcuni di questi, come quello degli astronomi Francis Graham e David Chandler sottolineavano chiaramente le incongruenze di tali teorie esplicative. In effetti, evidenziarono gli studiosi, il fatto che le strutture presenti nella regione d'Eliseo fossero state fotografate a sei mesi di distanza, sotto differenti luci e angolazioni presentando sempre la medesima forma, convinse molti che si trattava di strutture artificiali. Chandler in particolare affermò: "Considerando l'attuale assenza di qualsiasi spiegazione accettabile, sembra che non ci sia ragione per non prendere in considerazione la conclusione più ovvia di tutte: forse si tratta delle costruzioni di esseri intelligenti". Tali esseri potrebbero essere gli artefici di un'altra, quanto mai enigmatica, struttura rilevata e fotografata dalla Marineer 9 nella zona equatoriale di Marte ( a 186,4 di longitudine). In tale area si trova un'insolita formazione a banchina con raggi che si estendono da una sorta di "mozzo" centrale causata, secondo la NASA, dalla fusione e dal crollo di strati di ghiaccio perenne. Il disegno della formazione mette in risalto, capovolgendo la fotografia, ciò che sembra essere la struttura di un moderno aeroporto con un centro circolare da cui si diramano le lunghe strutture di accesso agli imbarchi. Ma quelle del Marineer 9 furono solo alcune delle numerose immagini che mostravano strutture superficiali incongrue rispetto alla morfologia dell'area in questione.


Le missioni Viking

Nel 1976 le due sonde statunitensi denominate Viking 1 e 2, tra la notevole quantità di dati trasmessi, inviarono immagini dell'emisfero settentrionale di Marte in cui erano visibili alcune strutture "anomale". In particolare nella regione denominata Cydonia Mensae fu rilevata la presenza di diverse strutture decisamente troppo simmetriche per essere semplici formazioni naturali. Tra queste, spiccava una strana costruzione, lunga circa 2 Km ed alta 50 metri, somigliante ad un volto umano con lo sguardo fisso verso l'alto.


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Poco distante dal volto era visibile un complesso di tre piramidi, a base quadrangolare, di differenti dimensioni.
Ebbene tale complesso, insieme al volto, presenta incredibili analogie con le piramidi e la sfinge situate nella piana di Giza (Egitto), secondo le ultime teorie, risalenti a più di 10.000 anni fa. Com'era prevedibile la NASA non pubblicizzò tale scoperta liquidandola come il semplice risultato di un gioco di luci ed ombre. Fortunatamente due ingegneri elettronici americani, Vincent Di Pietro e Gregory Molenar (del Mars Research Center di Glenn Dale, Maryland) dopo attente analisi effettuate con sofisticatissimi computer comunicarono, la scoperta delle misteriose strutture marziane. Grazie ai loro meticolosi studi i due ingegneri, dopo aver consultato gli archivi fotografici del National Space Center di Geen Belt, riuscirono a stabilire l'esatta altitudine della sonda Viking 1 sulla regione di Cydonia al momento della ripresa ed altre importantissime informazioni che servirono ad avallare la possibile natura artificiale e non naturale di tali strutture, come frettolosamente diversi studiosi e la stessa NASA avevano affermato. L'agenzia spaziale statunitense dichiarò che, tali strutture, erano il semplice frutto di un effetto ottico dovuto al particolare angolo d'incidenza della luce solare sulla superficie del pianeta. Ciò era provato dal fatto che nel successivo passaggio della sonda sull'area di Cydonia, effettuato poche ore dopo, non vi era nessuna traccia del volto e tanto meno delle piramidi. I due studiosi, invece, attraverso l'elenco delle aree marziane sorvolate dal Viking, risalirono al secondo passaggio della sonda che era avvenuto ben "35 giorni" dopo e con una angolazione della macchina da ripresa e della luce solare differenti. Ebbene dopo scrupolose analisi il responso fu che, nonostante le variazioni esistenti tra le due riprese, sia il volto che le piramidi erano ben visibili. Pertanto l'effimera ipotesi venne a cadere definitivamente; anzi grazie all'impiego di una nuova procedura computerizzata, l'ingrandimento fotografico del volto evidenziò la presenza di una struttura pronunciata nell'orbita oculare destra, probabilmente la pupilla del monolite marziano. Comunque sia i risultati dei due ricercatori furono del tutto ignorati dalla comunità scientifica internazionale e dalla stessa NASA.

Costruzioni di un'antica civiltà

In seguito anche altri ricercatori confutarono la possibile origine naturale delle strutture anomale presenti nella regione di Cydonia.


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REGIONE DI CYDONIA

In particolare l'americano Mark J. Carlotto della Analityc Sciences Corporation, che grazie all'impiego di particolari computer sviluppò, dalle stesse foto analizzate da Molenar e Di Pietro, un modello tridimensionale del volto scoprendo che questo sarebbe comunque tale a prescindere dall'angolo d'incidenza della luce solare sulla superficie del pianeta. La presenza inoltre, di altre strutture come le piramidi, la cosiddetta fortezza ed altre ancora, fa accrescere l'ipotesi che tali complessi non siano naturali. A rafforzare il tutto contribuì l'enorme apporto scientifico portato dallo scienziato e giornalista statunitense Richard Hoagland e dal suo team di ricerca, il Mars Mission. Hoagland incuriosito, già precedentemente, dagli studi di Di Pietro e Molenar iniziò insieme al suo gruppo una serie di studi dettagliatissimi sulle singolari strutture rinvenute dai due ricercatori nella regione di Cydonia, ma anche su diversi siti misteriosi rinvenuti nella stessa zona. Ma soprattutto mise in evidenza le diverse relazioni significative tra le loro posizioni reciproche, le dimensioni e gli orientamenti. Il risultato finale fu che tali relazioni erano così complesse che appariva alquanto difficile spiegarle come il frutto di semplici "coincidenze o del caso". Infatti nel suo libro "The Monument of Mars", Hoagland, dimostra che le sei piramidi presenti nella regione di Cydonia ed il volto scolpito sarebbero in realtà i resti di un grande complesso, collocato in modo da essere rivolto sia al levar del sole che al tramonto. Tale complesso sarebbe stato edificato su Marte circa 500.000 anni fa in base a delle leggi di una geometria armoniosa ed analogamente agli antichi templi e luoghi sacri presenti sulla Terra. Tale geometria sarebbe stata elaborata come un codice, come un messaggio matematico, ai pianeti vicini similarmente ai segni impressi sulla piastra inviata nello spazio con la sonda Pioneer. Inoltre, lo studioso americano scoprì ben presto che la struttura più importante presente nell'area di Cydonia non era il volto ma una piramide pentagonale che lo stesso Hoagland chiamò di D&M, in onore dei due ricercatori Di Pietro e Molenar. In effetti, già i due ricercatori avevano, nelle loro analisi iniziali, riscontrato la presenza di un complesso massiccio la cui forma denotava un'evidente regolarità. Hoagland successivamente, con l'ausilio dei sofisticati elaboratori dello Stanford Research Institute, riuscì ad ottenere una maggiore definizione delle immagini evidenziando che tale complesso aveva effettivamente la configurazione di una grande piramide a base pentagonale, con un asse di simmetria bilaterale diretto verso il volto. Lo stesso Carlotto riuscì ad ottenere una risoluzione ancora più precisa della piramide lavorando su tre differenti fotogrammi il 35A72, 70A11 e 70A13.

FOTOGRAMMA 35A72
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FOTOGRAMMA 70A11
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FOTOGRAMMA 70A13
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Quest'ultimo, il più chiaro dei tre, mostra chiaramente una struttura avente cinque lati, di cui i due opposti leggermente più lunghi degli altri e dotato di simmetria bilaterale. Sulla destra della piramide si trova un cratere con un diametro decisamente ridotto ma la cui profondità sembra alquanto notevole in quanto non se ne scorge il fondo, ciò a differenza degli altri crateri adiacenti. Inoltre sul bordo si notano due forme simili a delle cupole.


Una geometria tetraedrica


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Una tale complessità morfologica non è casuale ma è il preciso ed incredibile frutto di quella geometria sacra a cui Hoagland fa riferimento. Una geometria che è stata in parte decifrata dal tecnico del Pentagono Errol Torun, specialista del Servizio Cartografico del Ministero della Difesa statunitense. Originariamente Torun si era incaricato di indagare su tali strutture al solo fine di smentirne la reale origine artificiale a cui Hoagland ed altri erano favorevoli. Ebbene durante il suo studio raccolse così numerosi elementi, a favore di questa ipotesi, da cambiare idea e schierarsi nelle fila dei sostenitori dell'esistenza di un'antica civiltà su Marte. Lo studioso, infatti, dopo attenti esami escluse qualsiasi ipotesi d'origine naturale affermando che non si conosceva alcun fenomeno morfologico in grado di generare una piramide pentagonale. Una simile struttura non esiste nè su Marte, nè sulla Terra e tanto meno in altri pianeti del sistema solare. Torun evidenziò, inoltre, come Cydonia fosse un concentrato di fenomeni geologici insoliti. Ma la scoperta più sorprendente che lo studioso effettuò fu che la struttura piramidale pentagonale non solo venne edificata secondo le sezioni auree impiegate da Leonardo Da Vinci per il noto disegno dell'uomo all'interno del cerchio, ma che gli angoli, le distanze e le costanti matematiche riscontrate nella piramide di D&M sono le medesime che si trovano in tutta la regione di Cydonia. Tali costanti si ottengono dividendo fra loro altre due costanti, di cui la prima è E ( la base degli algoritmi naturali), l'altra è P (il rapporto della circonferenza per il diametro del cerchio); E diviso per P dà il rapporto di 0,865 che è una funzione trigonometrica ed una tangente ad arco dell'angolo 40,87. "Fatalità", l'apice della piramide si trova esattamente sul 40,87mo grado di latitudine di Marte, come se le coordinate della sua posizione siano codificate nella sua intrinseca geometria. Una geometria che lo stesso Hoagland ha definito tetraedrica. A tale conclusione il ricercatore vi è giunto grazie al lavoro svolto dallo studioso Stan Tenen, che da più di vent'anni si occupa dei simboli geometrici che appaiono nei testi antichi. Tenen è riuscito a trovare le basi della geometria che sarebbe all'origine della costruzione della piramide di D&M attraverso la geometria sacra degli antichi templi terrestri quali Teotihuacan (Messico), Giza (Egitto), Stonehenge (Inghilterra), etc. Infatti se si posiziona un tetraedro, cioè una piramide triangolare, con la punta rivolta al polo Nord di una sfera, gli angoli la toccano nella fascia di 19,5° di latitudine. Ebbene, numerosi templi antichi della Terra sono collocati sulla fascia di 19,5° di latitudine e così anche grosse strutture geologiche come ad esempio i vulcani delle isole Hawaii. Inoltre va aggiunto che anche la famosa macchia rossa di Giove, i vulcani spenti di Venere, il grande vulcano Olympus su Marte, la macchia scura di Nettuno e la porzione più ampia delle macchie solari si trovano tutti a 19,5° nord o sud di latitudine.


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A questo punto molti si domanderanno: "ma tutto ciò è frutto di una semplice "coincidenza" o in realtà dietro ci sono leggi astrofisiche a noi ancora sconosciute?" Secondo Hoagland, nelle dimensioni della piramide di D&M e nella sua posizione sarebbe celato un messaggio criptico, un codice in grado di mettere in contatto con forze sconosciute legate ai corpi sferici rotanti. In diversi laboratori, in effetti, si starebbero compiendo ricerche, su questo tipo di fenomeni, quasi sempre coperte da segreto militare; fenomeni che sono oggetto di studio da parte di fisici come il Prof. Bruce De Palma, fisico presso il MIT (Massachussets Institute of Tecnology) il quale si occupa di fisica dei corpi orbitanti. De Palma insieme con altri scienziati, tra cui l'americano Adam Trombly, sostiene che fra i corpi rotanti avvenga uno scambio d'energia e che la rotazione apra una sorta di "porta" verso un'altra dimensione da cui proviene un'energia di natura elettrica coerente. Tale scambio di energia, fra le due dimensioni, avverrebbe sempre alla latitudine di 19,5°. Secondo De Palma un'energia o forza del genere potrebbe condurre alla realizzazione di sistemi tipo l'antigravità, viaggi cosmici attraverso portali dimensionali ed infine all'utilizzo di una fonte energetica inesauribile. In sintesi, quella tecnologia in possesso degli esseri che ci visitano con quegli apparecchi che, comunemente, definiamo UFO. Tale discorso secondo i soliti "esperti" di turno potrebbe essere alquanto fantasioso. Una verifica, invece, a tale ipotesi è giunta nel 1989 quando la sonda spaziale Voyager 2 passò vicino al pianeta Nettuno. Infatti, l'ambiente scientifico americano e internazionale, rimase sconcertato dai dati trasmessi dalla sonda tant'è che riformularono del tutto le ipotesi fatte fino ad allora sul pianeta. Quest'ultimo non si presentava affatto come una landa di ghiaccio posta ai limiti del sistema solare, ma come una palude di metano con eccentriche condizioni meteorologiche ed attraversata da fortissimi venti sull'ordine dei 2000 Km/h. Nettuno, in poche parole, risulta un vero è proprio enigma per gli astrofisici, difatti il pianeta emana una quantità di energia tre volte superiore a quella ricevuta dal sole. Ebbene, una risposta al perchè di tale "anomalia", ed in particolare da quale fonte Nettuno attinga tanta energia, può essere fornita, secondo Hoagland, solamente dall'ipotesi di De Palma e Trombly. Pertanto, le strutture presenti nella regione di Cydonia racchiuderebbero il sapere o la scienza di ciò che unisce il mondo nel suo più profondo intimo, il segreto di un'energia libera e infinita che in futuro l'uomo potrebbe avere a disposizione. Un'energia pulita ed inesauribile, alternativa alla dannosissima energia nucleare e che cambierebbe decisamente la vita del genere umano.


Cydonia ed Avebury: una connessione casuale?

Oltre a quanto già esposto, la dimostrazione che la geometria alla base delle strutture marziane non sia frutto della fantasia o della casualità ci viene fornita da un fenomeno "insolito" presente sul nostro pianeta. Come giustamente sottolinea Hoagland le stesse "forme magiche" della geometria tetraedrica si possono riscontrare nei famigerati e tanto discussi cerchi nel grano. Cerchi che si manifestano di frequente in zone del pianeta che risultano essere la controparte corrispondente alla regione di Cydonia. Queste zone sono l'enigmatica Silbury Hill e la zona di Avebury, entrambe situate in Inghilterra. Ebbene in queste due località si trovano delle formazioni "apparentemente" naturali e siti megalitici legati da un "misterioso" rapporto geometrico con due delle strutture presenti su Marte. Infatti, situato ad est dell'enigmatico volto di Marte si trova una sorta di anello ed una collina di forma conica, denominata Tholus, alta 170m e con la base del diametro di 1Km e mezzo.
Completamente differente dagli altri siti circostanti il Tholus è perfettamente circolare, arrotondato e liscio, appare, inoltre, contornato da un terrapieno.

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Se si osserva attentamente questa collina conica non si può fare a meno di rilevare l'incredibile somiglianza di questa "singolare" struttura con le colline artificiali, di origine preistorica, situate in alcune zone del continente americano e dell'Europa. In effetti una caratteristica del Tholus è la presenza di una strada spiraliforme simile a quella che anticamente portava alla Silbury Hill. Quest'ultima è la più famosa tra le colline, di probabile natura artificiale, situate in Inghilterra. La singolarità, è che a questa collina porta una strada spiraliforme simile a quella che anticamente conduceva alla Silbury Hill. A nord di quest'ultima si trova il cerchio megalitico di Avebury al cui interno sono collocati due cerchi, secondo un angolo di deviazione verso nord-ovest di 19,5°. Ebbene, a nord del Tholus si trova un cratere ad anello con due gobbe sul dorso ubicate nella medesima posizione in cui sorgono le alture dell'anello di Avebury. Anche il rapporto delle dimensioni fra il Tholus, il cratere e i due rilievi e l'anello di Silbury Hill con i cerchi di pietra corrisponde. Inoltre, come sottolinea Hoagland, nonostante col trascorrere dei secoli gran parte dell'area di Avebury sia andata distrutta, ciò che rimane basta per poter tracciare dei parallelismi con l'area di Cydonia. In effetti, secondo Hoagland, se sovrapponiamo un lucido della carta topografica di Marte su quella di Avebury si denota, che dove su Marte è situata la piramide pentagonale di D&M, sul terreno della fattoria Firs si scorge un recinto, guarda caso, pentagonale. Continuando ad analizzare il lucido si evince che dove su Marte è situata la City, sorgono i tumuli funerari e le fortezze di Avebury e lo stesso volto umano coincide perfettamente con una porzione di territorio che va dall'autostrada A4 a nord di Beckhampton fino ad ovest su un'area famosa dove è collocato un grande sito preistorico. Ma le analogie non finiscono qui. La famosa Iarda, l'unità di misura della cultura megalitica, equivale precisamente a 2,72 piedi inglesi. Tale misura è anche la costante che ha un ruolo così importante nei monumenti di Marte. Questa corrispondenza la si ritrova anche nel famoso sito megalitico di Stonehenge che risulta essere disposto verso nord-est con un'angolazione, guarda caso, di 49,6° che corrisponde alla geometria di Cydonia.


La geometria di Cydonia e il pittogramma di Barbury Castle


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Ma l'aspetto più incredibile e sorprendente emerso dagli studi di Hoagland e del suo team è che, nella zona di Avebury e Stonehenge, dopo che la sonda Viking era riuscita a fotografare la regione marziana di Cydonia, si è manifestato, con maggiore frequenza e continuità rispetto a prima, il fenomeno dei cerchi nel grano. Questi ultimi sono stati, in seguito, oggetto di studio da parte di Colette Dowell, collaboratrice di Hoagland, la quale attraverso le analisi sui modelli di cerchi apparsi, constatò che quasi tutti erano disegnati con le unità di misura della geometria di Cydonia. Inoltre, analizzando il pittogramma di West Kennet e Old Sarum, apparsi rispettivamente il 16/07/1990 ed il 05/07/1992 emersero ulteriori elementi che riconducevano inequivocabilmente alle strutture presenti su Marte. Nel primo caso il pittogramma era disposto in modo che prolungandolo si arrivava dritti al versante est di Silbury Hill, mentre la sua deviazione di 19,5° era rivolta verso il lato ovest. Nel secondo pittogramma invece emerse che questi conteneva angoli di 45 e 42 gradi, i quali divisi fra loro davano il risultato di 0,865, la stessa cifra risultante dalla divisione di E con P scoperta da Hoagland. Ma il vero clamore si ebbe quando venne analizzato il pittogramma triangolare apparso a Barbury Castle il 16/07/1991. Da tale pittogramma, definito "la madre di tutti i pittogrammi" e che si rivelò essere un perfetto tetraedro, emerse la più completa e consistente raccolta di dati identici a quelli estrapolati dallo studio di Cydonia. Difatti effettuando una proiezione degli anelli concentrici presenti nel pittogramma di Barbury Castle sulla latitudine di un pianeta furono ottenuti diversi valori. Uno di questi era 19,5°, l'identica fascia di latitudine in cui nei corpi rotanti avviene l'immissione di energia fra due differenti dimensioni nello spazio. Inoltre sono emersi valori quali: 22,5° che risulta essere l'angolo di pendenza del volto di Marte; 52,0° cioè il grado di latitudine di Barbury Castle; 45,0° che è la metà esatta della distanza fra polo ed equatore; 45/52° dalla cui divisione scaturisce 0,865 cioè la formula E/P rilevata su Marte; 60,0° ovvero, l'angolatura in cui le quattro facce di un tetraedro regolare si pongono l'una rispetto all'altra. Infine tra i restanti valori ottenuti non va dimenticato quello di 49,6° cioè l'angolo anteriore di sostegno della piramide di D&M, nonché angolatura dell'asse dell'Avenue di Stonehenge. A questo punto ci viene fornita la dimostrazione pratica di come il crop circle definito "madre di tutti i pittogrammi", apparso a Barbury Castle, altro non sia che l'equivalente terrestre della piramide pentagonale di D&M su Marte. Piramide che, come è già stato sottolineato precedentemente, racchiude in se i valori numerici della geometria di Cydonia. Pertanto, come testualmente affermato da Hoagland: "La scoperta e la successiva verifica se la geometria di Cydonia si trovasse anche in mezzo ai cerchi nel grano, confermò un nostro insolito sospetto. Qualcuno che, evidentemente, si serve della stessa geometria di coloro che, mezzo milione di anni fa hanno marcato con figure e solidi geometrici straordinari, la regione di Cydonia, è finalmente sceso o ritornato sulla terra".


La "misteriosa" perdita delle sonde Phobos

Ulteriori indizi e nuove scoperte giunsero verso la fine degli anni ottanta ed anche attualmente, negli anni novanta. Nel mese di luglio del 1988 grazie ad una notevole partecipazione internazionale l'ex-Unione Sovietica inviò verso Marte due sonde denominate Phobos 1 e Phobos 2. Il compito principale di entrambe le missioni era di fotografare la superficie del pianeta, raccogliere dati e successivamente proseguire verso Phobos, una delle due lune di Marte. Sfortunatamente la prima sonda era sfuggita al controllo a causa di un errore d'immissione di dati nel computer di bordo. Phobos 2, invece, era riuscita ad arrivare sino a Marte, nel gennaio del 1989, ed a collocarsi nella sua orbita prima di trasferirsi in un'orbita parallela con la luna marziana. Infatti l'obiettivo principale era quello di sondare dettagliatamente la piccola luna con sofisticate apparecchiature, di cui alcune da collocare sulla stessa superficie. Tutto sembrava procedere regolarmente fino a quando la sonda non si allineò con il piccolo satellite. In effetti, il 28 marzo, il centro di controllo della missione sovietica annunciò di avere improvvisi problemi di comunicazione con la navicella. Gli stessi organi d'informazione sminuirono la gravità dell'evento affermando che si stava operando in tutti i modi per ripristinare i contatti con la sonda spaziale. Ma in realtà gli scienziati americani ed europei associati al programma vennero informati attraverso canali non ufficiali dell'effettiva natura del problema; fu detto loro che l'interruzione delle comunicazioni era stata causata da un errato funzionamento di un'unità di trasmissione. Il giorno successivo, però, mentre l'opinione pubblica veniva rassicurata che i contatti sarebbero stati ripristinati, un alto ufficiale della Glavkosmosa, l'agenzia spaziale sovietica, suggerì che in realtà non c'era nessuna speranza. La sonda Phobos 2 era al novantanove per cento persa definitivamente. A questo punto un alone di mistero iniziò a calare sull'intera vicenda, ma venne ben presto squarciato quando iniziarono a trapelare, agli organi d'informazione, determinate notizie. In particolare, il 31 marzo, un noto quotidiano spagnolo, tramite un suo corrispondente da Mosca, pubblicò un dispaccio decisamente sorprendente. Il testo affermava che: "il notiziario televisivo Vremya aveva rivelato, il giorno prima, che la sonda spaziale Phobos 2, che stava orbitando attorno a Marte quando vennero interrotti i contatti, aveva fotografato un oggetto non identificato sulla superficie di Marte qualche secondo prima di perdere il contatto. Inoltre, continua il testo, gli scienziati definirono inesplicabile l'ultima fotografia trasmessa dalla sonda, in cui si vedeva chiaramente una sottile ellisse. Il fenomeno, era stato detto, non poteva essere un'illusione ottica perchè registrato con la stessa chiarezza sia da obiettivi a colori che agli infrarossi. Una tale notizia aveva a dir poco dell'incredibile. Legittimi furono, a questo punto, i diversi interrogativi che nacquero in merito a tale dichiarazione. Quali immagini stava trasmettendo Phobos 2 quando si verificò l'incidente? Ma soprattutto, che cosa aveva causato la destabilizzazione della sonda, un'avaria tecnica o un agente esterno? Le risposte non tardarono ad arrivare.


Un "fenomeno" sconcertante

Pressate dai partecipanti internazionali alla missione, che chiedevano chiarimenti sulla vicenda, le autorità sovietiche fornirono la registrazione della trasmissione televisiva che Phobos 2 aveva inviato nei suoi ultimi istanti, tranne le ultime inquadrature, effettuate pochi secondi prima che i contatti si interrompessero. Tale sequenza mostrava due evidenti ed insoliti particolari o meglio ancora due "anomalie". La prima era una rete di linee diritte nella zona equatoriale di Marte, alcune erano brevi, altre più lunghe, altre sottili, altre abbastanza larghe da apparire come forme rettangolari incise sulla superficie. La sequenza televisiva era commentata in diretta dal dott. John Becklake, del Museo Scientifico Britannico, il quale descriveva il fenomeno come sconcertante. Difatti i disegni visibili sulla superficie marziana erano stati fotografati non con il semplice obiettivo ottico delle sonde, ma con l'apparecchio ad infrarossi. Quindi con uno strumento che fotografa gli oggetti utilizzando il calore che irradiano e non il solo contrasto di luci ed ombre che può agire su di essi. In poche parole la grande rete di linee parallele e di rettangoli, che copriva un'area di circa 600 Km quadrati, irradiava radiazioni termiche. Per di più era decisamente improbabile che potesse trattarsi di una sorta di irraggiamento naturale dovuto a geyser o a concentrazioni di elementi radioattivi sotto la superficie. In effetti sarebbe stato decisamente impensabile che un fenomeno naturale potesse produrre un disegno geometrico così perfetto. Inoltre, ad un ripetuto e dettagliato esame, il disegno appariva inequivocabilmente artificiale. L'unico punto scuro, per lo scienziato, era il non saper esprimere un parere sull'effettiva natura di tale formazione. Per quanto concerne la seconda anomalia, rilevata dalla sonda, questa mostrava una sagoma scura che poteva essere descritta come una sottile ellisse con i margini molto netti, appuntiti invece che arrotondati. Inoltre i margini invece di essere confusi risultavano perfettamente netti contro una specie di alone sulla superficie di Marte. Secondo il Dott. Becklake, l'ombra poteva appartenere solamente ad un oggetto collocato tra la sonda sovietica in orbita ed il pianeta. Difatti era possibile vedere l'ombra sulla superficie sotto di essa, inoltre l'oggetto era stato ripreso sia dalla macchina ottica che da quella agli infrarossi. Becklake spiegò che l'immagine era stata effettuata mentre la sonda si era allineata con Phobos ed aggiunse: "Hanno visto qualcosa che non avrebbe dovuto esserci, i sovietici non hanno ancora fornito l'ultima fotografia, e non possiamo immaginare di cosa si tratti".
Tali fotografie non vennero rilasciate e pertanto, sul loro possibile contenuto, furono fatte solo ipotesi. Ma nel giugno del 1990 la pilota collaudatrice dottoressa Marina Popovich, durante una conferenza svoltasi in Germania, diffuse, ad alcuni ricercatori, diverse informazioni fatte trapelare dall'ormai ex-URSS. La Popovich affermò dell'esistenza del primo indizio certo della presenza di un'astronave madre extraterrestre nel nostro sistema solare. Inoltre, mostrò due fotografie, le ultime due famose istantanee scattate dalla sonda Phobos 2 prima di "sparire misteriosamente". Le foto mostravano sullo sfondo Phobos, la luna di Marte e, in primo piano, un oggetto di forma oblunga. Tale oggetto sembrava, per l'appunto, un'astronave gigantesca di forma cilindrica, lunga all'incirca 20Km e con un diametro di 1Km e mezzo circa. Un oggetto, che, lasciando dietro di se una scia, sembrava dirigersi proprio verso la sonda spaziale sovietica. Questa astronave madre, come l'ha definita Marina Popovich, venne fotografata il 25 marzo 1989 mentre era "collegata" o "parcheggiata" vicino Phobos. Ebbene proprio dopo aver trasmesso verso terra questo fotogramma, la sonda scomparve "misteriosamente". Secondo i sovietici, come se fosse stata distrutta o messa fuori uso da una sorta di impulso d'energia. Tale astronave poteva essere, secondo alcuni studiosi, l'insolito oggetto che nelle immagini precedenti, registrate dalla sonda, avrebbe proiettato ombra ellissoidale sulla superficie di Marte. Perciò, qualcosa di anomalo era stato rilevato nell'orbita di Phobos; la stessa sua superficie, inoltre, presentava evidenti "anomalie" che avevano lasciato a dir poco perplessi gli scienziati sovietici. In effetti Phobos ha delle caratteristiche particolari che, già in passato, hanno portato diversi scienziati a supporre che si potesse trattare di un prodotto artificiale. Una delle principali peculiarità di Phobos è il fatto che trasgredisce la regola propria di tutti gli altri satelliti del sistema solare, cioè quella di girare, attorno ai loro pianeti più lentamente di quanto i pianeti stessi ruotino sul proprio asse. La luna ad esempio, effettua un giro in un tempo in cui la Terra compie 27 rotazioni. Phobos, invece, effettua una vera gara di velocità con Marte; infatti il giorno sul pianeta rosso dura 24h e 37m, mentre la rivoluzione del satellite è di 7h e 39m. In effetti Phobos in tutto il sistema solare è l'unico satellite che presenti "l'anomalia" di una rivoluzione, come definiscono gli astronomi, retrograda. Inoltre, la luce prodotta dalla luna marziana è troppo forte e brillante per essere un riflesso di materiale roccioso, il materiale che, normalmente, compone tutti i satelliti. Gli astronomi hanno ipotizzato molto sulla possibile spiegazione di quella luce ed alcuni di essi hanno concluso che si tratta di materia metallica. Ora nessun corpo celeste ha una superficie metallica, ma ce l'hanno i vettori spaziali ed i satelliti artificiali. Guardando, inoltre, attentamente la superficie del satellite marziano non si può fare a meno di notare particolari solchi o segni di "strade" che proseguono dritti e quasi paralleli l'uno all'altro. La larghezza è quasi uniforme, tra i 230 e i 330 metri circa. La possibilità che questi "solchi" siano imputabili a fenomeni naturali, ad esempio scavati dall'acqua corrente o dalle raffiche di vento, è stata ampiamente esclusa, dato che su Phobos entrambe non sono presenti. Tali "solchi" sembra che conducano o si diramino da un cratere che copre più di un terzo del diametro di Phobos e i cui margini circolari sono così perfetti da apparire artificiali. Difatti gli stessi scienziati sovietici hanno supposto che ci fosse, in generale , qualcosa di artificiale in Phobos a causa della sua orbita circolare quasi perfetta attorno a Marte, così vicina al pianeta da sfidare qualsiasi legge del moto.


VIDEO DI CYDONIA

 

Marte

MARTE

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Pianeta esterno, è il quarto dal Sole.

La sua distanza dalla Terra varia tra 55 e 101 milioni di km: tale distanza è minima durante le opposizioni che si verificano ogni 15-17 anni; l'ultima è stata quella del 28 settembre 1988 (Marte e la Terra si trovano in condizioni favorevoli per il lancio di una sonda spaziale ogni 26 mesi. Marte ha due satelliti Phobos e Deimos. Questi sono di forma molto irregolare e vi sarebbe possibilità che rappresentino i corpi maggiori di uno sciame di detriti prodotti e sollevati in passato dall'impatto di un asteroide di almeno 1800 km di diametro.

La superficie del pianeta assomiglia a quella dei deserti terrestri, il suo colore rosso è dovuto alla presenza di ossido di ferro. La temperatura superficiale media è di -55°C, ai poli raggiunge valori di -128°C mentre nelle regioni equatoriali sono possibili temperature di +30°C. L'emisfero nord è molto più liscio di quello sud che ha subito un bombardamento meteoritico in un ricco assortimento di crateri e di bacini d'impatto, il più vasto dei quali, Hellas, ha un diametro di 2000 km.

La differente storia geologica fra i due emisferi appare sottolineata, in corrispondenza dei loro margini d'accostamento, dalla presenza di un imponente sistema di faglie, fratture e canyons profondi alcune migliaia di metri e larghi fino a 75 km. Prima fra tutte la faglia cosiddetta Valles Marineris, impressionante frattura che si estende per oltre 5000 km con larghezze e profondità fino a 120 km e 6000 metri. I rilevamenti fotografici hanno rivelato la presenza su Marte di terreni di natura alluvionale sui quali compaiono le tracce di antichi depositi fluviali (i cosiddetti channels); gli stessi rilevamenti, in corrispondenza delle regioni polari, hanno posto in evidenza terreni incoerenti e caotici (resi tali da iterati fenomeni di glaciazione), e terreni lamellari dovuti a processi ricorrenti di deposizione di permafrost (sabbie intrise di ghiaccio e d'acqua).

Nel passato la pressione e la temperatura erano più elevate che al giorno d'oggi e tali da permettere la presenza di acqua liquida sulla superficie del pianeta. Erano presenti fiumi, laghi e probabilmente anche un oceano (battezzato Oceanus Borealis). Le sonde spaziali Viking 1 e 2 hanno analizzato chimicamente il suolo nei punti di atterraggio che risultano ricoperti da depositi sabbiosi ricchi di ferro (14%) e silicio (15-20%) e presentano tracce di vari altri elementi (Ca, Al, S, Ti, Mg, Cs e K). Sul pianeta non si sono invece trovate tracce di molecole complesse organiche, cosa che testimonierebbe l'assenza di tracce di vita.


Il cielo marziano ha una colorazione rosata, l'atmosfera è composta principalmente da anidride carbonica (95%), ma contiene anche azoto biatomico (2,7%), argon (1,6%), tracce di ossigeno, vapore acqueo, monossido di carbonio, cripton e xenon.

Lo spirare dei venti si manifesta spesso in formazioni nuvolose di tipo ciclonico, così come appare nelle immagini inviate dalle sonde automatiche. La rarefazione atmosferica favorisce nei venti lo sviluppo di velocità dell'ordine dei 200 km/h, tali da dimostrarsi capaci di sollevare imponenti tempeste di sabbia che si rendono visibili anche nel corso di osservazioni dalla Terra.



VITA SU MARTE




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Foto NASA N° M08-04688, scattata dal satellite MOC ritrae la superficie di Marte ricca di vegetazione. Italiani, scoprono e resuscitano batteri extraterrestri. Lo studio svolto da un'equipe coordinata da Bruno D’Argegno, docente di geologia e Giuseppe Geraci, docente di biologia molecolare, ambedue dell’Università «Federico II» di Napoli in collaborazione con l'Istituto Geomare-Sud del Cnr di Napoli confermerebbe la teoria che la vita non sia nata sulla Terra. “Sono dei batteri e li abbiamo trovati in alcune meteoriti piovute dallo spazio - racconta D’Argegno - oltre che in numerose rocce terrestri dove credevamo non potessero esistere. Le meteoriti provengono dal Museo mineralogico della città, dove erano conservate da anni. Analizzandole abbiamo posto il materiale a contatto con una soluzione fisiologica. E’ allora ci siamo resi conto che i microrganismi diventano visibili e cominciano a muoversi”.
Analizzando 50 diversi campioni di rocce sedimentarie, ignee e metamorfiche, di minerali, di vetri vulcanici e di altri materiali solidi naturali, con età comprese tra meno di un milione e 2,3 miliardi di anni, i ricercatori dell'università sono riusciti a individuare microbi vitali (cristallomicrobi o 'cryms'), di dimensioni prossime al millesimo di millimetro o anche inferiori e straordinariamente resistenti alle più ostili condizioni ambientali, quali temperature estreme (anche dell'ordine del migliaio gradi) o pressioni elevatissime (alcune migliaia di atmosfere); così resistenti da riacquistare, una volta estratti, la mobilità e, soprattutto, la capacità di riprodursi. Ciò indica, secondo i ricercatori, l'esistenza di interazioni tra energia e vita attualmente non conosciute.

Il DNA dei cryms, analizzato al Laboratorio di Biologia Molecolare dell'Università Federico II, ha evidenziato una sostanziale somiglianza con quello dei microbi attuali, che sono soltanto leggermente più grandi, ed hanno anche una sensibilità simile agli antibiotici. Inoltre, anche se sono necessarie altre analisi più approfondite, l’Agenzia Spaziale Italiana ha accettato i risultati.

”Siamo orgogliosi che l’Asi accolga questi importanti risultati - commenta Giovanni F. Bignami, astrofisico e direttore scientifico dell’Agenzia. Essi vanno ad avvalorare le vecchie teorie di Arrhenius e del celebre astronomo britannico Fred Hoyle, da sempre sostenitore dell’origine extraterrestre della vita sulla Terra. Una scoperta che diventa una fortissima base per rafforzare i programmi di esplorazione dedicati alla ricerca della vita su altri pianeti del sistema solare”.

C’è, dunque, veramente vita nello spazio? È possibile. Scienza e tecnologia stanno facendo passi da gigante, cercando di arrivare ad una verità che, al momento attuale, è solamente percettibile nell’aria. Si tratta semplicemente di collegare per logica le scoperte degli ultimi tempi, come l’abile artista fa con i tasselli di un mosaico.

Il 27 febbraio scorso, la Nasa, l’Ente Spaziale Americano, stupì il mondo confermando la possibilità della presenza di vita su marte dopo che un’equipe di ricercatori di tutto il mondo aveva effettuato diversi studi su dei frammenti del meteorite Allen Hill 84001 ritrovato in Antartide e proveniente dal pianeta rosso. Poi, a marzo, fu la volta delle immagini di Mars Global Survevor sonda americana in orbita attorno a Marte dal 1996, che identificarono sul Pianeta Rosso due vulcani, probabilmente, ancora attivi. Vulcani la cui opera trasformò il ghiaccio in acqua che l’elemento base per ogni genere di vita.

Notizia confermata dalla Nasa

Anche dalla Nasa, l’Ente Spaziale Americano, dopo che un’equipe di ricercatori di tutto il mondo ha effettuato degli studi su dei frammenti del meteorite Allen Hill 84001 ritrovato in Antartide e proveniente dal pianeta rosso.

Lunghe catene di cristalli di magnetite, questa la prova che avrebbe condotto all’eccezionale scoperta. La magnetite è un minerale di ferro (Fe3O4) nero, con lucentezza metallica. Conosciuto come un forte magnete naturale che cristallizza nel sistema cubico, in masse granulari o in cristalli ottaedrici, esso ha una durezza compresa fra 5,5 e 6,5 e densità 5,2.

Catene che, spiega Imre Friedmann, studioso del centro di ricerche Ames della Nasa, "hanno un'origine biologica" e che quindi possono essere state formate solo da organismi viventi perché "al di fuori" di una struttura organica. Queste, spiega il ricercatore americano, “si sarebbero immediatamente trasformate in un blocco a causa delle forze magnetiche".

La grande somiglianza del cristallo con quelli terrestri formati da batteri, ha condotto gli scienziati del Johnson Space Center di Houston, a osare questa importante deduzione. È un fatto che permette di parlare "di un'antica forma di vita su Marte", aggiunge l'astrobiologa Kathie Thomas Keprta. La studiosa, per la quale la magnetite viene formata solo da batteri, sostiene che "se la vita è esistita un tempo su Marte dovrebbe esistere anche oggi".

Non è la prima volta che si parla di tracce di vita su Marte. Circa un mese fa grazie ad alcune immagini sorprendenti rapite dalla telecamera di bordo della navicella spaziale Mars Global Surveyor, si registrarono nella superficie del pianeta interi blocchi di rocce sedimentarie disposte in terrazzamenti regolari, segno della presenza di antichi laghi nel pianeta rosso. E se c’erano i laghi, è molto probabile, allora, che ci fossero anche delle forme di vita.

noltre, dalle notizie raccolte nella storia è opinione comune tra gli scienziati ritenere che, tre miliardi di anni fa, Marte assomigliasse molto alla Terra. Sono, infatti, diverse le analogie che lasciano credere questo, come ad esempio la durata del giorno e l'alternarsi di un ciclo di stagioni.

Nuove prove di vita su Marte
Vulcani e ghiaccio sul Pianeta Rosso

C’è vita su Marte. Questa la straordinaria conclusione cui un’equipe di ricercatori di tutto il mondo arrivò, lo scorso febbraio, analizzando alcuni frammenti del meteorite Allen Hill 84001, ritrovato in Antartide e proveniente da Marte.

A dar forza a questa eccezionale scoperta arrivano ore alcune analisi preliminari delle immagini inviate dalla telecamera che si trova sul Mars Global Surveyor, la sonda della Nasa che ha lasciato la Terra il 20 novembre del 1996 alla volta del quarto pianeta del sistema solare e che, da quel momento, è in orbita attorno a Marte per raccogliere dati sulla superficie e l'atmosfera del pianeta.

Secondo Tracy Kregg, responsabile dell’equipe di geologi dell'Università di Buffalo che sta conducendo lo studio, due tra i più antichi vulcani del Pianeta Rosso, Tyrrhena Patera e Hadriaca Patera, rimasti attivi per oltre 3 miliardi e mezzo di anni, potrebbero aver fornito l'energia per sciogliere il ghiaccio che ricopre la superficie marziana.

“Questi vulcani sono circondati da canali”, ha spiegato Gregg. “Tra tutti quelli che si trovano su Marte, sono i vulcani che ne hanno di più, ad indicare che nel corso della loro formazione lì c'era moltissima acqua”. Acqua proveniente dal ghiaccio disciolto dal calore delle eruzioni vulcaniche, pensano gli scienziati, che non escludono la possibilità che i due crateri siano ancora attivi.

La presenza di acqua, ha ricordato Gregg illustrando i risultati dello studio a Houston, rappresenta la precondizione per l'evoluzione della vita. Per non parlare dei vulcani che sono la fonte di molti dei componenti chimici essenziali per lo sviluppo di forme organiche.


STRUTTURE ARTIFICIALI

Marzo 1996: Richard Hoagland, ex ricercatore Nasa, studiando le immagini del suolo lunare riprese dalla missione Apollo 10, rileva la presenza di tre strutture apparentemente artificiali, alle quali dà il nome di Shard, Tower e Castle, guglia, torre e castello.

Giugno 1976: il Viking fotografa la superficie di Marte e individua una vasta formazione rocciosa strutturata in modo anomalo. Analizzandola, l’astronomo Tobias Owen rileva i tratti di un "volto".

Febbraio 2000: la sonda Usa Near atterra sull’asteroide Eros fotografandovi strutture insolitamente geometriche.

Giugno 2004: avvicinandosi a Phoebe, una delle lune di Saturno, la sonda Cassini immortala in un enorme cratere un oggetto quadrato al cui centro si osserva una formazione a sviluppo ellissoidale. Anomalie geologiche? Bizzarrie del suolo dovute a sommovimenti della crosta rocciosa? Oppure effetti di interventi non-naturali, e quindi artefatti, segnali lasciati nel cosmo come traccia per farci comprendere che siamo tutti proprietà di qualcuno.
Nonostante, La nasa ha impiegato decenni per ammettere che su Marte c'è acqua. Si, su Marte c’è acqua e non "tracce" come si è ritenuto fino a qualche tempo fa. La sensazionale scoperta è stata annunciata dagli scienziati della NASA sulla base dei rilevamenti trasmessi a Terra dalla sonda Odyssey.

"La quantità d'acqua è superiore a quella che la maggior parte delle persone avrebbe mai pensato", ha dichiarato William Boynton dell'Università dell'Arizona che ha condotto gli studi e "si trova circa un metro sotto la crosta marziana".

Come con l'acqua, la NASA impiegherà decenni prima di ammettere che su Marte esistono strutture edificate da intelligenze extraterrestre. Gli americani e russi d'accordo tra loro esercitano sui propri sudditi una disinformazione ormai patetica, dal momento che le popolazioni della terra in larga maggioranza hanno la piena consapevolezza della esistenza di altre civiltà oltre il nostro sistema, quindi i governi come avviene da alcuni decenni parlano da soli dato che le popolazioni sono molto più avanti di loro. La negazioni dei governi di negare la presenza passata, o presente di civiltà aliene su Marte o sulla Luna, non serviranno a dissuadere la popolazione mondiale per impedirci di scoprire una verità molto scomoda per loro dato che potrebbero perdere il controllo sulle popolazioni mondiale.

Per quanto tempo ancora sarà possibile occultare la verità? Le foto sotto mostrano chiaramente l'esistenza di strutture edificate da una civiltà aliena sulla superficie di marte.

(Foto prelevate dal sito della NASA)


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Nelle foto si vedono chiaramente delle cupole

 

Nella foto a sinistra nel cratere è visibile una struttura artificiale.


http://tkfiles.storage.msn.com/y1pJfhvVbff7SwxQzkgmd1jE4AIkUgaWibusiAE8y5UzVv188j-Gj-mEKWYdpukkcZh
La piana di Cidonyacity


http://tkfiles.storage.msn.com/y1pJfhvVbff7Sw2K67p_AzfASmzpzi1HmNRVeWsJACCOOTCbxEuXlQYGSBZgtlQUv07
Obelisco e Piramide


http://tkfiles.storage.msn.com/y1pJfhvVbff7Sz4sW6XcOfY6fgcyZTyLq-FXmcoxmiVFPLcbBVyvFmexE7h9bAGb5jk
Particolare di condotti


http://tkfiles.storage.msn.com/y1pJfhvVbff7Sx1V5vHaj_jv6vVadpOqAwDYB1gFcMwc2eWlKm98W6qaT0runVPTdo1
Città delle stelle



http://tkfiles.storage.msn.com/y1pJfhvVbff7SwGDfvvWOm4R35bOMyYF3HmI6ChwupGBBp7ywkzVsnm1uBvqjUMbukR
Fotografato oggetto luminoso

http://tkfiles.storage.msn.com/y1pJfhvVbff7SxvVEpJVY5bNZd5nwTNmVJQnRDPU_JBHHn3pBmIAVpnE2cF0jHhuEod

Prova della vita su Marte

  


Superfice marziana