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Pericolo worm holePERICOLO WORM HOLE
IL CERN FINISCE IN TRIBUNALE <<PUO' DISTRUGGERE LA TERRA>>
Si teme che l'esperimento andrà ben oltre le aspettative, creando
effettivamente un mini buco nero, che crescerà di dimensioni e potenza fino a risucchiare dentro di sé la Terra, divorandola completamente nel giro di quattro anni...ovvero nel 2012!!
ROMA (29 marzo) - Un buco nero risucchierà la materia. Non è il soggetto per un nuovo film di fantascienza ma la teoria di due scienziati americani. A provocare la fine del mondo secondo i fisici Walter Wagner e Luis Sancho potrebbe essere il Large Hadron Collider (Lhc), il più grande acceleratore di particelle al mondo che sta per essere completato a Ginevra. Per questo i due scienziati venerdì hanno citato in giudizio presso una corte delle Hawaii il Cern di Ginevra che cura il progetto, il Fermilab di Chicago e il Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti americano che hanno partecipato alla costruzione dell'acceleratore. In pratica con il nuovo accelleratore LHC potrebbero teoricamente portare alla creazione di piccoli buchi neri, comunemente chiamati Worm Holes, che sucessivamente si ingrandirebbero fino ad inghiottire la terra stessa con tutti noi compresi. Un esperimento che quindi porterebbe alla creazione di piccoli collassi gravitazionali che a loro volta creerebbero dei piccoli STAR GATE o passaggi Dimensionali. un acceleratore da 6 miliardi di euro che, facendo scontrare particelle atomiche ad alta velocità e generando temperature di più di un trilione di gradi Celsius, dovrebbe rivelare il segreto di come è cominciato l'universo. Venti paesi europei, più gli Stati Uniti, hanno finanziato il progetto, che dopo anni di preparativi dovrebbe prendere il via il 10 settembre al Centro di Ricerche Nucleari di Ginevra. Ma cosa c’è di vero? Ecco, ora mi domando perché non ci riuniamo tutti insieme e preghiamo che questi esseri di altri mondi (Star Nations) non protestino anche loro, cercando di mandare via la corrente elettrica a Ginevra il 10 Settembre 2008 presso l'LHC?? Ma se questa preghiera non avesse i suoi risultati, noi cosa possiamo fare? Dobbiamo rimanere impassibili, indifferenti davanti ad una possibile catastrofe? Oppure dobbiamo prendere Zichichi e legarlo al PALO davanti al CERN e protestare? Non me ne voglia il professore, ma la mia è stata una citazione spontanea e scherzosa, come per dire: anche noi quel giorno eravamo lì... Quindi si teme, ripeto..SI TEME..(senza toni allarmistici), che l'esperimento andrà ben oltre le aspettative, creando effettivamente un mini buco nero o Worm Hole, che crescerà di dimensioni e potenza fino a risucchiare dentro di sé la Terra, divorandola completamente nel giro di quattro anni, guarda caso nel 2012...
APPROFONDIMENTO I buchi neri I buchi neri sono le regioni dello spazio nelle quali l' interazione gravitazionale è così grande che qualsiasi cosa giunga nelle sue vicinanze, viene attratta e irrimediabilmente catturata e nulla, dall’interno del suo confine, può più allontanarsene. Poiché dalla zona che attornia un buco nero nulla sfugge alla fatale attrazione della gravità, nessun segnale può pervenirci da esso: il buco nero è per sua stessa natura invisibile. Raramente un termine scientifico è stato in grado di esprimere chiaramente il fenomeno che descrive come in questo caso: un buco nero è semplicemente… un buco nero.
Chi ha inventato i buchi neri ?
Il mistero di CaroniaIL MISTERO DI CARONIA
Tra la costa di Caronia e le isole Eolie, scienziati e generali incaricati
dallo Stato studiano fenomeni inspiegabili che dal 2004 tormentano gli abitanti. Vi mostro alcune foto che fanno nascere molti dubbi...
Non chiamateli dischi volanti perché ingegneri, ammiragli e generali, architetti, geologi e fisici da quattro anni a caccia del mistero dell’acqua e del fuoco potrebbero decidere di continuare a tacere e lasciare il top secret su una blindatissima banca dati con 350 eventi fra avvistamenti, rilievi di campi magnetici, bolle marine dal diametro di un chilometro, distese di melanzane colore arcobaleno e così via fino ad alcune inedite, ancora inspiegabili, foto mozzafiato con oggetti circolari sospesi sull’isola di Vulcano. Tutti strani fenomeni concentrati fra le Eolie e la costa di Caronia, quella segnata dall’angoscia di una piccola comunità di abitanti a partire dal 2004 strabiliati e allarmati davanti a incendi improvvisi, a Tv ed elettrodomestici che si accendevano da soli o prendevano fuoco, come le lampade e i materassi, mentre i cellulari si ricaricavano senza essere collegati a niente e sui display apparivano strambi caratteri. Non chiamateli dischi volanti nemmeno con i carabinieri che hanno dovuto verbalizzare un collega testimone di una accecante “luce” in cielo, o l’altro al quale prese fuoco una scarpa. Vietata la tipica terminologia da ufologi anche con protezione civile, esercito, aeronautica e marina, università e vulcanologi, tutti timorosi di passare per matti e dubbiosi su cause e ipotesi, ma convinti di un solo dato comune: la concentrazione di fenomeni elettromagnetici in un’area ristretta. Appunto, quella di Canneto, un pugno di case sul mare, cinquanta residenti, una striscia stretta fra la costa e la linea ferroviaria Palermo-Messina, un rettangolo sottoposto ai raggi X di servizi segreti e sentinelle elettroniche. Tutti impegnati a scoprire perché, soprattutto nell’inverno e nella primavera 2004, proprio in questo buco nero, si smagnetizzavano le pen drive, impazzivano le bussole, si aprivano e chiudevano senza impulsi i cancelli automatici e gli allarmi delle automobili, con sensori e rivelatori di fumo attivati anche senza scosse e fiamme, fino all’implosione dei vetri di una utilitaria e al foro su un parabrezza, «colpito dalla punta di un trapano invisibile», come dichiarò il proprietario e portavoce degli abitanti di Canneto, Nino Pezzino. Anomalie elettromagnetiche ufficialmente spazzate via da una archiviazione della magistratura che nel 2007 ha impresso al caso il bollo di “un fenomeno di natura dolosa e umana”. Come dire che si sarebbe trattato di un piromane. Però, ancora ignoto. Spiegazione inaccettabile per le “vittime”di Canneto, con intere famiglie evacuate per mesi dalle loro case. Spiegazione insufficiente per gli abitanti fra i quali Antonino Spinnato, un agricoltore con la passione delle foto, tanti scatti finiti alla banca dati, certo di aver visto fino a metà agosto strani oggetti volanti fotografati come gli è capitato di fare con quello che seguiva un elicottero della Protezione civile costretto a un atterraggio per avaria alle pale. Spiegazione precaria anche per chi scansa i termini da ufologo, ma continua a studiare i fenomeni da un osservatorio istituito con decreto della presidenza del Consiglio nel 2005, il cosiddetto “Gruppo interistituzionale” (vedi box a pag. 60). Una task force che ha come quartier generale un ufficio della Regione siciliana in pieno centro a Palermo, ottavo piano di un edificio moderno, le vetrate sulla cupola del Teatro Massimo e una banca dati che ha già interessato pure i servizi segreti perché un primo riservato fascicolo consegnato a Protezione civile e Palazzo Chigi avanza anche l’ipotesi di “test militari segreti o esperimenti alieni”. Il tutto con mille dubbi legati a documenti mai pubblicati. È il caso di una foto scattata da un mezzo militare nelle acque di Vulcano il 2 agosto del 2004. Una clamorosa immagine che lascia interdetti perché sul profilo dell’isola sembrano sospesi due oggetti che fanno subito pensare ai dischi volanti. Ingrandito il fotogramma e studiato ogni dettaglio dell’istantanea con sofisticate attrezzature, i tecnici dei diversi enti presenti nel Gruppo hanno solo potuto escludere l’ipotesi del fotomontaggio. «Proprio perché sembrano due dischi volanti procediamo con i piedi di piombo in assenza di conclusioni scientificamente definite », commenta a denti stretti il coordinatore del Gruppo, Francesco Venerando, quando scopre che la foto è comunque arrivata al Corriere della Sera Magazine superando dopo quattro anni la barriera del top secret. Nei documenti ufficiali si continua a parlare di “due Ovni”, termine che sta per “oggetti volanti non identificati”. Ma si aggiunge che quello stesso 2 agosto del 2004 un Ovni di forma analoga fu osservato nel cielo di Trapani, mentre il 29 luglio, appena quattro giorni prima, un altro dello stesso tipo era stato avvistato su Rometta Marea, a pochi chilometri da Caronia. Informazioni queste ultime arrivate dal Centro ufologico nazionale. Dati incamerati da Venerando con cautela: «Il Gruppo nasce per fare luce sui fenomeni, non per catalogare l’avvistamento di “Ovni”. Ma abbiamo dovuto applicarci anche a questo. E per ogni segnalazione abbiamo ovviamente cercato di controllare le registrazioni radar...», ammette Venerando, anche lui sorpreso perché gli “oggetti” non lasciano tracce. Bisogna però fare i conti con la magistratura che parla di ignoti “piromani” o con l’analogo parere di Enzo Boschi, il presidente dell’Istituto nazionale di Geofisica e vulcanologia: «Penso che dietro ci sia un bel dolo...». Non tutti comunque conoscono i contenuti di una banca dati con foto celate da vistosi “Riservato”. Come è accaduto per gran parte degli oltre trecento eventi. Tutti elencati su paginate elettroniche a colori. Pagine in viola per malesseri e morie di animali, a decine. In azzurro, gli avvistamenti di “Ovni”, più di 100. In giallo, gli incendi, 40. In verde, fenomeni di origine elettronica e elettromagnetica, 100. Non a caso una relazione tecnica fresca di stampa elenca «numerose testimonianze di avvistamenti diurni e notturni di Ovni, di improvvisi bagliori e scie, di forti luminescenze nello specchio di mare compreso tra le Eolie, in particolare le Isole Alicudi, Filicudi e la costa di Caronia, che iniziano nel 2004 e si ripetono abbastanza spesso, fino a oggi...». Cauto, Venerando si limita a parlare di “una origine artificiale dei fenomeni”, di “emissioni elettromagnetiche impulsive” capaci di generare “una grande potenza concentrata in frazioni di tempo estremamente ridotte”. E quale sorgente potrebbe mai assicurare sto po’ po’ di roba? Sulla “fonte” o sul “soggetto” allarga le braccia: «Potrebbe anche trattarsi di applicazioni sperimentali di tecnologie industriali, non escludendo quelle finalizzate a recenti sistemi d’arma a energia elettromagnetica... ». Un modo forse per lasciar trapelare la possibilità di esperimenti da parte di una potenza militare. Ignota comunque la posizione della “fonte”. Forse, il mare. Forse, sott’acqua. Mistero profondo. Per questo si decise di installare una rete di telecamere e termocamere a infrarossi tutt’intorno a Canneto e diversi sensori sulla costa e sulle isole Eolie nel tentativo di dare la caccia non solo all’eventuale piromane mai trovato, ma a quello che nei rapporti riservati viene definito “l’impulso sorgente proveniente dal mare”. Telecamere e sensori sono stati collegati per tre anni in tempo reale con i computer del “Gruppo” da una sala regia collocata sull’attico più vicino al mare, l’appartamento di una delle “vittime” di Cannetto, Antonio Caico, un signore stanco che però ha mollato e venduto la proprietà. Per continuare l’attività sarebbe bastato spostare le attrezzature costate 150 mila euro in un prefabbricato sul mare, come chiese Venerando. E invece stop, tutti “accecati”. Con le apparecchiature adesso ammassate in un magazzino del Comune di Caronia. Come rivela Venerando, irritato dall’interruzione del monitoraggio: «Non possiamo più controllare l’area, come facevamo a qualsiasi ora, via Intranet». Il tutto a costo zero, assicura, perché ogni componente del Gruppo opera senza rimborsi, senza budget, come dipendenti degli enti rappresentati. «Il sistema consentiva di rilevare molteplici dati attorno ai fenomeni », si rammarica Venerando. «Volevamo installare altri sensori anche alle spalle di Caronia, sulle vallate interne, a Lipari e Salina, per creare una rete capace di individuare il “punto sorgente”». Sarebbe stata così interrotta un’esperienza unica in Italia, «in un’area geografica oggettivamente sensibile», stando a Venerando che parla di «un’attività d’interpretazione scientifica coniugata con gli studi e le recenti esperienze della ricerca cosiddetta “di confine” ». E dire che sulle telecamere abbandonate in magazzino, sulla necessità di ripristinare il monitoraggio c’è pure un’interpellanza bipartisan in Senato presentata l’anno scorso da 17 parlamentari.
La NASA e gli ufoLA NASA E GLI UFO Avvistamenti degli Astronauti, Strutture Artificiali sulla Luna, Battaglie nello Spazio. A partire dall'inizio degli anni '60 alla NASA furono numerose le richieste di chiarimenti sulla questione UFO. L'opinione pubblica, incuriosita sempre più dal fenomeno, cominciava a chiedersi quali potessero essere le informazioni dell'ente governativo americano. L'ente spaziale, pressato da più parti diramò una circolare standard prestampata, in cui ribadiva le conclusioni della Commissione Condon: non esistono prove che gli UFO siano velivoli extraterrestri, che costituiscano una minaccia per la sicurezza nazionale e, di conseguenza, dimostrino uno sviluppo tecnologico superiore a quello terrestre. Insomma, la NASA si allineava alle decisioni di Stato, convergendo sulla politica del silenzio e discredito sistematico della faccenda, gestita dalle autorità politiche. Durante la campagna elettorale alla presidenza del 1976, il candidato democratico Jimmy Carter affermò che il governo degli Stati Uniti era in possesso di molte informazioni sulla questione degli UFO aggiungendo di ritenere molto probabile che "un'altra civiltà stia tentando di mettersi in contatto con il nostro mondo". Una volta eletto presidente, Jimmy Carter chiese ulteriori chiarimenti alla NASA, il cui portavoce, Dave Williamson, assistente ai progetti speciali, ribadì che la NASA non era "ansiosa di inserirsi nel dibattito, perché non sarebbe stato opportuno effettuare ricerche su un fenomeno non misurabile come quello degli UFO". Williamson aveva aggiunto che "non si dispone ancora di prove certe ed elementi materiali, analizzabili inequivocabilmente, comprovanti l'esistenza fisica degli UFO e che le stesse documentazioni fotografiche non costituiscono una prova", precisando che entro la fine del 1977 avrebbe fornito una risposta al consigliere scientifico del Presidente. In
effetti la risposta pervenne tramite l'amministratore della NASA, il
dott. Robert Frosh il quale, declinando l'incarico proposto dalla
presidenza, ritenne l'iniziativa "uno spreco del tutto improduttivo",
pur rimanendo ufficialmente disponibile ad analizzare "autentiche prove
fisiche fornite da fonti attendibili". Il primo febbraio 1978, l'ente
spaziale USA emanò una circolare con numero di serie 70-1 dove si
asseriva che "i rapporti su oggetti volanti non identificati,
penetranti lo spazio aereo statunitense, sono di interesse della
Difesa, come parte regolare del sistema di sorveglianza". Si affermava
inoltre che la NASA non aveva nessun programma di ricerca sugli UFO.
GLI ASTRONAUTI E GLI UFO
Le loro testimonianze sono particolarmente significative per l'ufologia, soprattutto per due motivi: essendo gli astronauti persone scelte per la loro competenza e per il loro equilibrio psicologico, non si possono ritenere i loro avvistamenti semplici errori di interpretazione di fenomeni naturali, né visioni o allucinazioni. In
secondo luogo, questi avvistamenti sono avvenuti nello spazio, e quindi
non possono essere attribuiti a fenomeni atmosferici, a velivoli
sperimentali o palloni sonda. Tale
rapporto venne trasmesso dall'emittente NBC, ma la NASA si rifiutò di
rispondere alle domande dei giornalisti sull'episodio, vietando allo
stesso Cooper di farlo. Ma Cooper, successivamente, parlò della sua
esperienza, così come hanno fatto altri astronauti, fra i quali O'Leary. Ci sono delle sonde spaziali laggiù. Sono in fila sul fondo del cratere, sul lato opposto al nostro. Sono sulla Luna e ci stanno osservando", e ancora "... mio Dio è incredibile. È una forma di vita quella lì", mentre da Houston perveniva la seguente risposta "Andate dall'altra parte, sappiamo di loro, andate dall'altra parte e cambiate canale di trasmissione". Attorno a
quest'episodio, mai confermato dalla NASA, è fiorita una vasta
pubblicistica, non sempre critica e spesso avida di rivelazioni
sensazionali, secondo la quale sarebbero state scattate anche diverse
fotografie della presenza dei dischi volanti sulla Luna, tra cui una
che mostra un'astronave aliena lenticolare spuntare da una collinetta.
Esiste però un filmato, girato dall'astronauta "Buzz" Aldrin il 19 luglio, durante le fasi di allunaggio, in cui si vedono due globi di luce bianco-bluastra che sembrano inseguire la capsula americana. Il filmato in questione è disponibile per chi ne faccia richiesta direttamente alla NASA, ma l'ente ha seccamente smentito l'episodio, dapprima in maniera informale, in seguito ufficialmente, con una nota datata 1975. Eppure, nel 1993, proprio Aldrin, ormai in pensione e non più legato al segreto militare, doveva ammettere di avere realizzato il filmato, dicendosi certo di avere incontrato gli UFO. La vicenda ha spinto altri ex dipendenti NASA, come lo scienziato Maurice Chatelain, a prendere posizione affinché l'ente spaziale americano divulgasse tutti i dati relativi all'allunaggio. Chatelain, in particolare, si diceva sicuro che Neil Armstrong avesse visto addirittura alcuni alieni sul bordo di un cratere, e che la NASA avesse imposto il silenzio sulla vicenda.
Questa storia trova conferma in quanto dichiarato all'ex pilota della Lufthansa Werner Utter dall'astronauta americano Charles Conrad (missione Apollo 12), secondo il quale tutti gli equipaggi Apollo, succedutisi sulla Luna tra il luglio del '69 ed il dicembre del '72, avevano trovato sulla polvere lunare un gran numero di queste orme. Conrad ne aveva parlato anche pubblicamente, ad una conferenza stampa a Budapest nel 1970, durante la quale aveva affermato che le impronte rinvenute dovevano appartenere per forza ad esseri alieni. Le tracce erano state poi fotografate ed analizzate dai tecnici della NASA, che avevano mantenuto il più stretto riserbo attorno alla vicenda. In seguito Conrad, entrato a far parte di una società aeronautica fornitrice della CIA, negò tutto, smentendo anche "di aver mai visto qualcosa, nello spazio, che potesse far pensare all'esistenza di forme di vita aliena". Un
altro fatto che sembra confermare gli incontri ravvicinati degli
astronauti americani è la schedatura, effettuata il 29 gennaio 1971 dal
Centro spaziale Goddard, di tutti gli oggetti in orbita terrestre, di
cui tre rimasero di natura ignota. Non si può escludere che, in fase di
preparazione della missione Apollo 14, la NASA tenesse quindi in conto
anche la possibilità di incontri ravvicinati nello spazio. Nel 1994 la
veridicità di questi episodi è stata ribadita dall'autorevole
documentarista svizzero Luc Buergin, già redattore dell'ormai scomparsa
rivista ufologica "Sign", nel libro Mondblitze (Lampo di luna).
Buergin, autore di diverse interviste ad importanti scienziati vicini
alla NASA, ha dichiarato: "Ho saputo che la sonda Lunar Orbiter 5 ha
registrato strane tracce di veicoli sul suolo lunare già nel 1967, e
impronte simili furono viste dall'astronauta Harrison Schmitt,
dell'Apollo 17, nel dicembre del 1972".
STRUTTURE ARTIFICIALI SULLA LUNA?
Secondo il geologo NASA Farouk El Baz in alcune delle quasi centocinquantamila fotografie lunari raccolte dalla NASA fra il 1960 ed il 1980 sarebbe possibile scorgere, "guglie e pinnacoli molto più alti di qualsiasi edificio terrestre. Può darsi che abbiamo sott'occhio i prodotti tecnologici di visitatori extraterrestri e non riusciamo a riconoscerli". Quest'idea fu condivisa, negli anni Cinquanta, anche dall'astronomo ed ufologo americano Morris Jessup, convinto che qualcuno ci avesse preceduto sulla Luna millenni fa, e che sul satellite erano presenti antichissimi manufatti alieni. La storia delle strutture lunari artificiali era iniziata con le segnalazioni degli astronomi inglesi Patrik Moore e Percy Wilkins (che nel 1954 fu anche testimone di un avvistamento UFO). Winkins, grande conoscitore e studioso della superficie lunare, nonché direttore della British Astronomical Association, ebbe modo di osservare diversi fenomeni insoliti sulla superficie della Luna, molti dei quali prima del 1947, quando ancora non si parlava di UFO. Ad essi Wilkins dedicò un intero capitolo di Guida alla Luna (titolo originale Our Moon, 1958). Il 12 agosto del 1944, Wilkins osservò una macchia rotonda luminosa al centro del cratere Plato. Tre punti luminosi brillanti come stelle furono visti da Patrick Moore il 19 ottobre 1945 sulla parete oscura di Darwin, e ancora il 3 agosto 1944, Wilkins osservò l'interno del grande cratere circolare di Schickard punteggiato di misteriose macchie bianche, scomparse la sera seguente. Fenomeni ancora più appariscenti furono poi osservati da Wilkins su Copernicus, dove un bagliore durato diverse ore illuminò tutti i rilievi molto prima del sorgere del sole (1939). E nel cratere Aristarchus, dove bagliori e luci furono visti anche nell'imminenza dello sbarco degli astronauti americani dell'Apollo 11. Wilkins affermò di aver notato non solo fenomeni luminosi temporanei, ma anche evidenti modificazioni permanenti della superficie: delle cupole, o "bombette", che prima non c'erano; la maggior parte di queste presenta una singolare buca proprio sulla sommità. Nel 1953 Wilkins e Moore ne avrebbero scoperte quasi cento nei crateri Cepheus, Picard, Reinhold, e in Theaetetus. Le zone occupate da questi crateri erano state osservate e disegnate con accuratezza negli anni precedenti e tali "bombette" non erano mai state viste prima. Lo stesso discorso vale per numerose "fenditure" scoperte sempre nel 1953. Un'ultima straordinaria anomalia sulla superficie lunare è stata rilevata nel Mare Crisium, una delle zone più esaminate del satellite. Si tratta di
un colossale "ponte" di una sola arcata, che unisce i due promontori di
Olivium e Lavecnium. John O'Neill, il redattore scientifico del "New
York Herald Tribune", osservando questa zona il 9 luglio del 1953 si
rese conto che i due promotori Nel 1976 gli ambienti scientifici venivano messi in subbuglio dall'uscita del libro di uno studioso americano, Ceorge H. Leonard, Qualcun altro è sulla Luna. Pur non disponendo di precise competenze scientifiche, Leonard era arrivato a dichiararsi certo dell'esistenza di vita intelligente sulla Luna, dopo avere osservato centinaia di fotografie raccolte dalla NASA. Secondo Leonard dalle foto visionate "si vedono chiaramente cupole abitative, macchine al lavoro e strutture, che dimostrano l'esistenza di una vita aliena sulla Luna". Il
volume passò sotto silenzio negli ambienti accademici ma riscosse un
grande successo di pubblico. Le convinzioni di Leonard si basavano
essenzialmente sulla testimonianza di un certo Samuel Wittcomb
pseudonimo dietro il quale si sarebbe celato uno scienziato della NASA
in possesso di materiali segretissimi e censurati, in seguito
allontanato dall'ente spaziale. Il fantomatico informatore avrebbe
rivelato a Leonard i retroscena di una colossale truffa attuata dai
servizi segreti statunitensi. La teoria di Leonard era che l'ente spaziale americano sapeva dell'esistenza di una civiltà aliena che aveva colonizzato da tempo il nostro satellite e che non avrebbe permesso lo sbarco degli astronauti. Pertanto in un periodo di grandi ristrettezze economiche, non avrebbe potuto investire milioni di dollari per una missione che non poteva concludersi felicemente. Tutto
sarebbe stata una messinscena per far vedere al mondo la superiorità
degli Stati Uniti sull'URSS in fatto di missioni spaziali. Le missioni
per la colonizzazione della Luna sarebbero, però, dovute "fallire".
Leonard cita il Proget Horizon del 1959 dal "inspiegabilmente" bloccato
e quello proposto nientemeno che dal presidente George Bush, nel luglio
del 1989, per la costruzione di una base terrestre sulla Luna, in
collaborazione con russi, europei e giapponesi. "Si può frugare molto a lungo negli archivi fotografici della NASA aperti al pubblico e non accorgersi di niente", dichiarava nel 1976 lo scrittore, "ma io ho esaminato personalmente parecchie migliaia di ottime diapositive, notando delle anomalie e trucchi fotografici evidenti. Alcune foto sono state ritoccate, altre censurate perché sollevavano una serie di problemi, in quanto dimostravano che la Luna è occupata da una o più razze tecnologicamente molto progredite". Fra le prove scoperte dallo scrittore americano spiccavano i "superimpianti" già notati da Wilkins. Citando il suo informatore NASA, Leonard sosteneva che essi erano degli strumenti robotici telecomandati il cui compito era quello di scavare sulla superficie lunare. "Me ne sono convinto anche analizzando attentamente diverse fotografie di una stessa zona. In alcune foto si vedono i servomeccanismi che sollevano della polvere - sosteneva - mentre in altre immagini scattate in altri momenti della giornata non appare nulla, né polvere, nebbia o vapore. In una foto NASA, nota come 72-AH-1109, si vedono diversi servomeccanismi abbandonati ad est del Mare di Smith, vicino al cratere Saenger. Altri manufatti emergono osservando attentamente le foto 72-AH-839 e 72-AH-834, scattate al cratere King dopo un intervallo di quindici rivoluzioni attorno alla Luna, cioè a due giorni di distanza. Nella prima foto si vede nettamente un grosso getto di vapore uscire da un cratere. Nella foto successiva il getto non c'è più, segno che la macchina che l'ha prodotto si è spostata. Ne sono sicuro in quanto ho scoperto una terza foto, la 72-H-836, in cui si nota una sorta di macchina che sembra uscire dal cratere, quasi che avesse finito il proprio lavoro di scavo.... Ho poi individuato altri servomeccanismi, alcuni dei quali curiosamente a forma di croce greca, nella Valle delle Alpi, nei crepacci di Hyginus e, in gran numero, nel cratere di Copernico. Alcune
di queste croci hanno probabilmente una funzione diversa. Non servono a
scavare, ma sono dei veri e propri segnali di posizione. Esse sono
difatti visibili anche ad una distanza di duecento chilometri. Un
tecnico della NASA mi ha poi confermato che l'ente spaziale americano
era convinto che il cratere King meritasse uno studio in profondità; vi
erano difatti diverse foto del cratere, prese in giorni diversi e in
diverse condizioni di luce, che a volte mostravano dei manufatti e a
volte no". In una registrazione fuoriuscita dagli archivi NASA, Shepard, riferendosi all'avvistamento di un impianto in movimento, così si sarebbe rivolto ai colleghi Mitchell e Roosa: "Guarda laggiù. A Houston non ci crederanno. Guardate quelle
tracce che scendono nel cratere". Roosa avrebbe risposto: "Come si fa a
non vedere una cosa del genere? Obiettivi, non traditeci proprio ora!". Il
cannone era collocato sull'orlo di un cratere curiosamente quadrato".
Una struttura cupolare veniva invece fotografata, sullo sfondo lunare,
dalla missione Apollo 16 nell'aprile del 1972, durante una ricognizione
degli astronauti Young, Duke e Mattingly nella Regione di Cartesio. Altre venti cupole comparivano in fondo al cratere Tycho; si stimò avessero un diametro di circa quattrocento metri; altre ancora erano state fotografate dalla sonda americana Ranger VII, il 31 luglio 1964, a trecentocinquanta chilometri dal cratere di Bullialdus; secondo Leonard la sonda americana era stata inviata intenzionalmente in quella zona, proprio per spiare le strutture aliene. Le
foto ricavate, prese da altezze variabili, sarebbero state in seguito
occultate in gran parte; alla stampa vennero fornite soltanto delle
copie sgranate e ritoccate, di pessima qualità. Negli originali si
sarebbe intravisto, secondo il suo informatore Samuel Wittcomb,
addirittura l'ingresso ad una città sotterranea. L'esistenza di una
copertura di informazioni a questo riguardo venne denunciata anche
dallo scienziato Ivan Sanderson, che ammise pubblicamente che "le sonde
russe e americane avevano addirittura fotografato due di queste
costruzioni a distanza assai ravvicinata". Era possibile che queste anomalie rappresentassero i resti del passaggio di un'antica civiltà? Lo stesso Leonard non lo escludeva, ed anzi sottolineava l'esistenza di certe strutture apparentemente abbandonate ai quattro angoli del satellite: una, conica, presente in un cratere di Bullialdus (foto NASA 67-H-327) e certi misteriosi geroglifici il cui disconoscimento portò ad una vibrata protesta, il 20 ottobre del 1973, da parte della Lega dei Giovani Astronomi di Rockville, Maryland. Questo gruppo di studenti astrofili scrisse risolutamente alla NASA chiedendo delucidazioni sulla presenza di curiose incisioni trovate nel cratere di Tycho. "Spiccava - scrisse Leonard - un geroglifico, che in particolare poteva ricordare la scritta PAF, inciso su una collina ottagonale e non lontano da una sorta di tunnel circolare, simile ad una vite gigantesca, e da certe grosse strutture poligonali, apparentemente abbandonate. Sempre nella stessa zona venivano evidenziate, quelle che ribattezzai linee di sutura, delle sagome rettangolari che sembravano ricucire il terreno. Altre lettere di notevoli dimensioni e simili a delle A, X, E, F e P spuntavano un po' ovunque, ma soprattutto nei crateri di Platone e Gassendi e nel fondo di Copernico, sulla faccia di una struttura piramidale che poteva ricordare la sagoma di un tempio antico. In
un'altra foto, la 69-H-8, scattata dalla missione Apollo 8, si notava
una scalinata all'interno di un cratere; una sorta di diga nella foto
69-H-737 e le cupole di una città, denominata la città d'alabastro
scintillante, in 71-H-1300 e 1765". Altre ipotesi più o meno fantastiche sono state formulate da diversi studiosi, da Erich von Daniken e dall'ex naturalista della NASA Richard Hoagland . Secondo questi ricercatori la Luna potrebbe essere stata, secoli addietro, un punto di sbarco di "antichi astronauti". Hoagland, convinto che buona parte delle fotografie rilasciate dall'ente spaziale americano siano state ritoccate, ha compiuto una ricerca personale visionando materiale fotografico proveniente da diversi centri astronomici. Da uno di questi, il Lick Observatory di Monte Hamilton in California, ha ottenuto una nitida istantanea su cui spicca, nel cratere Ukert di Sinus Medii, una rovina tetraedrica, chiaramente artificiale, assai simile a quelle che lo studioso afferma di avere individuato anche su Marte. Altre
strutture anomale sarebbero, secondo Hoagland, una guglia chiamata
"Shard" e quanto resta di una sagoma di castello, apparentemente
costruiti con un materiale vetroso. Lo scopo era di renderle adatte per la pubblicazione sui giornali. In effetti molte foto "lunari" sembrano essere truccate, come esposto nel libro NASA Mooned America di René (pseudonimo dell'autore). In quello stesso anno diversi tecnici, da Houston mentre seguivano sullo schermo le fasi della missione Shuttle videro comparire degli strani globi bianchi che procedevano a zig-zag attorno all'astronave terrestre, per poi allontanarsi rapidissimi in picchiata verso la Terra. Il filmato di quell'incredibile intercettazione nello spazio è stato in seguito acquisito e trasmesso in America dalla Fox TV, che ne è entrata in possesso grazie ad alcuni tecnici NASA i quali, non essendo militari, non hanno il vincolo del silenzio. Ma già il 14 marzo 1989 il Centro Spaziale NASA di Goddard veniva allertato da una comunicazione dallo Shuttle Discovery, che diceva: "Houston, abbiamo un problema. Abbiamo un incendio (fire)". E,
sette minuti dopo: "Noi, ahh... abbiamo ancora l'astronave aliena sotto
osservazione". Quest'incredibile comunicazione, intercettata da un
radioamatore dell'Amateur Radio Club di Greenbelt nel Maryland, sarebbe
avvenuta tra il Centro di Houston e l'astronauta John Blaha, il quale
aveva presumibilmente dimenticato di fare uso di certe procedure
interne NASA e aveva tranquillamente usato il termine “astronave
aliena”, invece del nome in “fire”. Inutile dire che le autorità hanno
negato ogni cosa, liquidando la registrazione del dialogo come la burla
di un radioamatore. Tutti
questi episodi confermano una volta di più che la NASA, riccamente
sovvenzionata dal Pentagono per le ricerche belliche svolte a bordo
dello Shuttle, è pienamente coinvolta nel coverup. Ciò spiega anche il
silenzio di molti astronauti che in privato, hanno più volte dichiarato
di essere stati testimoni di avvistamenti, come ha potuto verificare il
romanziere Sidney Sheldon. Sheldon nel 1991, volendosi documentare per
la stesura di un libro di fantascienza, The Doomsday Conspiracy, ha
intervistato molti astronauti, scoprendo che alcuni fra loro avevano
effettivamente incontrato gli UFO. Tra gli altri, il colonnello Gordon
Cooper che gli confermò di essere stato personalmente testimone di
parecchi voli di UFO durante i propri viaggi nello spazio, e che altri
astronauti avevano avuto esperienze simili ma preferivano non parlarne.
Il riserbo di queste persone va ben oltre la prudenza scientifica o la
paura del discredito, ed è imposto per ragioni di sicurezza.
BATTAGLIA NELLO SPAZIO?
Il filmato sarebbe stato ripreso dallo Space
Shuttle Discovery il 15 settembre 1991. In quel momento la navetta era
in orbita attorno alla Terra ad una quota di 570 km e stava passando
sulla verticale della città di Perth (Australia) ad una velocità di
quasi 28 mila km/h. La curvatura del pianeta è ben visibile nel
filmato, così come la linea chiara che separa la zona della Terra
illuminata dal Sole da quella ancora immersa nell'oscurità.
Improvvisamente compare un oggetto che si sposta verso la parte
sinistra dell'inquadratura ed entra nell'atmosfera terrestre. Subito
dopo si notano un lampo di luce ed una scia luminosa che sembra
dirigersi verso l'oggetto, il quale cambia immediatamente la propria
traiettoria, compiendo una virata ad angolo acuto, e torna nello spazio
esterno a grande velocità. Il filmato venne trasmesso da molti canali televisivi (anche in Italia) suscitando un certo scalpore. L'impressione che si ricava osservandolo è quella di assistere ad una vera e propria battaglia spaziale fra un ordigno di origine aliena e un'arma terrestre di difesa situata in orbita attorno al nostro pianeta. Questa è la conclusione a cui è giunto il gruppo di studio di Hoagland dopo aver analizzato scrupolosamente il filmato.
È da rilevare l'anomalia dell'oggetto inquadrato: la NASA afferma che si trattava di un rottame staccatosi dallo Shuttle accompagnato da pezzi di ghiaccio formatisi nell'atmosfera. Tuttavia quest'ipotesi è smentita dalla traiettoria e, soprattutto, dal velocissimo movimento dell'oggetto. Inoltre è stato fatto notare che il ghiaccio e i rottami avrebbero riflesso la luce solare, mentre l'oggetto in questione sembrerebbe brillare di luce propria. Le dimensioni di quest'ultimo, poi, sarebbero notevoli, addirittura superiori a quelle dello Shuttle. È da escludere anche l'ipotesi di bolidi o asteroidi, infatti, una meteora o un asteroide non possono fuoriuscire dall'atmosfera terrestre sfuggendo alla forza di attrazione del pianeta. È semmai possibile che rimbalzino contro l'atmosfera, ma in tal caso ciò non avviene con un angolo di incidenza negativo rispetto alla loro traiettoria originale. Le manovre pertanto effettuate dall'oggetto del filmato presuppongono un comportamento di tipo intelligente. La velocità dell'UFO inquadrato dalla telecamera di bordo dello Shuttle è stata calcolata nell'ordine degli 87 mila km/h mentre in seguito al cambiamento di rotta esso accelera ad oltre 300 mila km/h, subendo un'accelerazione di gravità superiore di 14 mila volte a quella terrestre. Tale possibilità è inconcepibile per qualunque ordigno conosciuto, tanto da far pensare a quella che Hogland definisce una tecnologia "iperdimensionale". Per
quanto riguarda il flash scaturito dallo Shuttle la NASA ha sostenuto
trattarsi di un lampo causato dall'accensione dei razzi della
navicella. L'accensione avrebbe però dovuto causare anche uno
spostamento orbitale della navetta e di conseguenza anche delle stelle
sullo sfondo, mentre nel filmato ciò non avviene. Secondo Hoagland, in
realtà, il lampo di luce e la scia luminosa diretta verso l'oggetto
sarebbero la conseguenza della messa in funzione di una sorta di
cannone al plasma costruito dalla tecnologia militare statunitense.
Questo
cannone sarebbe stato posto su una piattaforma in orbita attorno al
nostro pianeta nell'ambito di un progetto di difesa contro invasioni
aliene. Il filmato evidenzierebbe, quindi, un vero e proprio scenario
di guerra fra gli USA ed una razza extraterrestre. La divulgazione
televisiva di questo filmato sarebbe stata orchestrata da qualcuno
nelle alte sfere. Questi concetti sono stati ripresi da Brian O' Leary,
ex astronauta, astronomo e professore di fisica all'Università di
Princeton, il quale ha dichiarato, che in base alla sua esperienza e
ricerca, di essere in grado di affermare che da cinquant'anni le
informazioni sugli UFO è probabilmente orchestrata da un gruppo d'élite
di uomini CIA, NSA, DIA e similari. La NASA, come ente spaziale legato
con un cordone ombelicale al sistema militare, agirebbe in base a
precise direttive provenienti dall'alto.
Scie chimicheSCIE CHIMICHE Un considerevole numero di persone, in costante aumento negli ultimi anni, osserva allarmata nei nostri cieli un’anomala attività, spesso di proporzioni tali da risultare incredibile come un evento simile passi inosservato ai più: decine di velivoli che percorrono il nostro spazio aereo rilasciando dense scie persistenti le quali, nel giro di alcune ore, si allargano sino a formare una velatura omogenea che riduce la visibilità e il normale passaggio della luce solare. La grande maggioranza degli individui interpreta erroneamente questo fenomeno come semplici scie di condensazione rilasciate dal normale traffico aereo, ma le rotte seguite da molti di questi aerei non seguono affatto le regolari aerovie, ed è palese la modificazione indotta sul clima dal loro costante passaggio. Se a questo aggiungiamo numerosi casi di malesseri registrati presso la popolazione direttamente interessata dal manifestarsi del fenomeno, è perfettamente comprensibile che l’attenzione di alcuni cittadini si sia rivolta alle anomale attività aeree che si svolgono nei cieli sopra di loro. In tutto il mondo questo fenomeno è stato denominato “chemtrails”, ovvero “scie chimiche”. Esiste ormai una vastissima letteratura sull’argomento, alla quale mi sono in parte ispirato per realizzare questo piccolo compendio, corredato di immagini per spiegare nei termini più chiari e succinti quanto è necessario sapere su quello che sta succedendo ormai da alcuni anni, illustrare le ipotesi più accreditate dalle evidenze e mettere in guardia dalle possibili conseguenze di queste operazioni. È auspicabile che autorità e mezzi di informazione ne prendano coscienza e provvedano a mettere in atto le misure di loro specifica competenza. LA DIFFERENZA TRA SCIE DI CONDENSAZIONE E SCIE CHIMICHE Le normali scie di condensazione non sono un fenomeno nuovo: hanno iniziato a manifestarsi negli anni ‘40, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando gli aerei cominciarono a volare a quote elevate. Secondo le definizioni tratte da pubblicazioni di enti come l’EPA o l’FAA, una scia di condensazione consiste fondamentalmente di vapore acqueo, immesso nell’atmosfera dagli scarichi caldi di un motore in quantità sufficiente a saturare, una volta a contatto con l’aria fredda d’alta quota, e condensarsi momentaneamente in cristalli di ghiaccio o goccioline d’acqua. Di norma queste scie si formano soltanto dagli 8.000 metri in su, con temperature dai - 40°C in giù e umidità relative non inferiori al 70%, e si dissipano mediamente in una cinquantina di secondi, o al massimo qualche minuto. Le cosiddette scie chimiche, al contrario, sono spesse e persistenti, al punto di poter arrivare ad attraversare l’intera volta del cielo e produrre una vera e propria copertura nuvolosa artificiale. Spesso vengono prodotte a quote inferiori ai canonici 8.000 metri da numerosi aerei non meglio identificati, in genere bianchi, i quali volano seguendo rotte non attinenti alle normali aerovie e con schemi geometrici che creano in cielo griglie, incroci e altre bizzarre figure che in seguito, mescolate dai venti in quota, nel giro di qualche ora trasformano un cielo azzurro in una massa lattiginosa. La formazione di questa nuvolosità è assolutamente innaturale: affinché possano formarsi dei corpi nuvolosi nell’atmosfera, è necessaria un’adeguata percentuale di umidità relativa nonché la presenza dei cosiddetti nuclei di condensazione, ovvero delle particelle attorno alle quali possa aggregarsi l’acqua sotto forma di goccioline. È un fatto ormai assodato che nella maggioranza dei casi queste scie diffondono del sottilissimo particolato nell’atmosfera, in particolare sali di bario (le cui caratteristiche igroscopiche tendono a fargli attirare l’umidità presente nell’aria) e solfato di alluminio. In USA è stata riscontrata la presenza anche di calcio, magnesio, titanio e altri composti. LE SCIE CHIMICHE IN ITALIA Sebbene sia ragionevole presumere che le sperimentazioni siano cominciate ben prima, queste operazioni sono iniziate su vasta scala presumibilmente a partire dal 1996 negli Stati Uniti e in seguito in Canada, per poi allargarsi a numerosi altri paesi, perlopiù in ambito NATO, ma non solo. Esistono infatti da tempo numerose segnalazioni provenienti da Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda, Svezia, Croazia, Australia, Nuova Zelanda, Messico, Haiti, alle quali si stanno recentemente aggiungendo nuove nazioni. In Italia le prime testimonianze consistenti del fenomeno risalgono alla primavera del 1999, e da allora in avanti è stato un crescendo inarrestabile, con centinaia di segnalazioni virtualmente da ogni zona del nostro paese. Di particolare rilievo l’intensa attività durante la primavera e l’estate del 2003, la quale ha con ogni probabilità prodotto o contribuito alla grande siccità di quell’anno. Comunque sia, l’attività di questi aeromobili è incessante: di giorno come di notte, attraversano i nostri cieli creando o mantenendo una costante velatura nuvolosa e una innaturale foschia che riducono le belle giornate dal cielo azzurro ad un evento sempre più raro, confinato a quelle particolarmente ventose. Questo fenomeno, del quale comincia a interessarsi un numero di cittadini in continuo aumento, è una realtà assai ben documentata, al punto da aver sollecitato ben due interrogazioni parlamentari, alle quali peraltro a tutt’oggi non è stata ancora data risposta. Le implicazioni per la salute pubblica, dovute alla diffusione di questi minuscoli particolati nell’atmosfera, risultano particolarmente preoccupanti, dato che con ogni probabilità sono fra i maggiori responsabili degli allarmanti livelli di polveri sottili che affliggono il nostro territorio. Le autorità dovrebbero effettuare delle analisi di laboratorio su queste polveri sottili per verificare e confermare la presenza di composti a base di alluminio, di bario e di altre sostanze anomale e ancor più pericolose. Esistono precisi resoconti in base ai quali un rilevamento ambientale effettuato in una provincia italiana nel 2002 ha riscontrato in tutto il territorio la presenza di anomali, elevati quantitativi di alluminio, la cui origine non è possibile spiegare in modo convenzionale. I dati di questo rilevamento presentano considerevoli aumenti di questo composto rispetto a quelli del precedente, effettuato sei anni prima, nel 1996. Se consideriamo che il fenomeno delle scie chimiche è presumibilmente comparso in Italia a partire dal 1999, è ragionevole ritenere che vi sia un collegamento tra questi due eventi. CHEMTRAILS: UN PROBLEMA GLOBALE Come abbiamo visto, numerosi paesi sono direttamente coinvolti da questo fenomeno, ma dato che in svariate occasioni si è potuto rilevare tramite immagini satellitari che numerosi velivoli erano impegnati in questa attività lungo spazi aerei internazionali (ad esempio sopra l’Atlantico), generalmente in concomitanza con l’arrivo di grosse perturbazioni o di fronti freddi, almeno per quanto riguarda gli effetti climatici possiamo dire che in qualche misura queste operazioni influiscono sul clima di buona parte del pianeta. Considerando le massicce risorse impiegate per porle in atto, è ragionevole presumere che tutto questo travalichi la sovranità delle singole nazioni e debba comportare una forma di riconoscimento da parte dei vari governi, quando non addirittura la piena collaborazione. Intanto gli effetti sul clima, a livello globale, iniziano a manifestarsi in vari modi: i paesi direttamente interessati dal fenomeno stanno attraversando periodi di siccità sempre più estesi e preoccupanti, mentre emerge un tentativo da parte di studi prodotti da enti presumibilmente autorevoli, come NASA, AEREA, ICAO, NOAA e svariati altri, nel creare un nesso tra le emissioni degli aerei (scie di condensazione), l’aumento del traffico aereo negli ultimi vent’anni e quello della nuvolosità alle alte quote, la quale avrebbe contribuito a quel fenomeno che una nuova teoria climatica, ultimamente in voga, definisce “oscuramento globale”. Di fatto, queste dichiarazioni non fanno altro che confermare come queste nuvole a strato sempre più comuni alle alte quote comportino l’immissione di grandi quantitativi di particolato nell’atmosfera la quale, essendo generalmente secca ad altitudini elevate (intorno al 5% di umidità relativa a 10.000-12.000 metri), non è certo l’ambiente ideale per la formazione di nubi, anche se naturalmente in determinate condizioni questo è possibile e addirittura probabile. Per questo motivo, è necessario che il particolato immesso nell’atmosfera per costituire i nuclei di condensazione sia di natura igroscopica. Le conseguenze sui modelli climatici sono particolarmente allarmanti. Le tipiche nuvole cumuliformi, cariche di umidità, sono sempre più rare e spesso vengono letteralmente dissolte sul nascere dall’attività di questi aerei, alterando irrimediabilmente i livelli di piovosità complessiva con gravi ripercussioni sulle risorse idriche, e saturando l’ambiente di particolati metallici estremamente dannosi per l’ambiente, le coltivazioni e la salute umana. IL MISTERO DEGLI AEREI IMPIEGATI Le prime segnalazioni del fenomeno indicavano invariabilmente la presenza di grossi velivoli bianchi senza contrassegni, identificati perlopiù come tanker militari del tipo KC-135 e KC- 10, ma anche aerei di altro tipo (MD-80, Boeing 757, etc.). Le iniziali spiegazioni delle autorità furono che probabilmente il fenomeno osservato concerneva la manovra di scarico del carburante da parte di questi velivoli, ma per svariate ragioni le cose non potevano assolutamente stare in questi termini. Sia quel che sia, i testimoni da terra hanno potuto osservare e fotografare gli aerei impiegati in queste operazioni, mentre rilasciavano scie spesse e persistenti visibilmente emesse lungo l’intero bordo di uscita delle semiali, elemento indicante la presenza di ugelli o di altri meccanismi di emissione. Si presume che vengano adoperate diverse varietà di aerosol e modalità di diffusione a seconda degli scopi della “missione”. Quanto sopra è suggerito dal fatto che, malgrado questo genere di operazioni vengano condotte principalmente da velivoli militari, di recente sono stati osservati e fotografati anche aerei apparentemente di linea. La foto centrale di questa pagina mostra la sonda del carburante di un tanker militare adibito al rifornimento in volo di caccia e bombardieri, modificata rimuovendo il classico “canestro” e sostituendolo con un dispositivo che sembra proprio uno spruzzatore di qualche tipo. Unita alle evidenze sopra citate, costituisce una prova schiacciante del fatto che i nostri cieli sono percorsi da numerosi velivoli appositamente adibiti al rilascio nell’ambiente di composti chimici la cui natura è ufficialmente sconosciuta. Le implicazioni economiche e politiche di queste attività, poi, sono sconcertanti: chi può permettersi di finanziare una consistente flotta di velivoli e mantenerla in attività con relativi piloti, tecnici, installazioni logistiche per il rifornimento, la pianificazione e la manutenzione, etc.? E di quale livello di conoscenza dispongono governi e autorità di quei numerosi paesi il cui spazio aereo viene costantemente attraversato da questi voli? Esistono accordi militari o di altro tipo? Per quale motivo la cittadinanza viene tenuta all’oscuro o, peggio, depistata e disinformata su questioni di tale rilevanza? A qualche livello, con tutta probabilità militare, le autorità sono senz’altro a conoscenza di quanto sta accadendo, ma per qualche motivo i cittadini non ne vengono informati. Tuttavia, i tempi sono maturi per un aperto dibattito pubblico su questo delicato argomento e sulle sue implicazioni, le cui conseguenze riguardano tutti noi. CONCLUSIONI E PROSPETTIVE Una questione assai discussa dai ricercatori è quale sia il motivo retrostante a queste operazioni su vasta scala. Secondo i più accreditati fra loro, il fenomeno sarebbe legato a svariati aspetti, il primo fra i quali è la modificazione e il controllo ambientale, ma anche operazioni biologiche (non dimentichiamo che in numerosi casi documentati, molti dei quali avvenuti in Italia, è stata riscontrata la ricaduta di anomali filamenti, risultati poi essere delle microfibre di origine sconosciuta; in altri casi, relativi agli USA, è stato reperito persino del materiale biologico sotto forma di gel), applicazioni elettromagnetiche e militari; in definitiva, si potrebbero riassumere in quello che costituirebbe il loro coronamento, ovvero la modificazione e il controllo a livello planetario. È ormai assodata la connessione tra le scie chimiche e il progetto HAARP in Alaska (un sistema d’arma elettromagnetico dissimulato sotto la guisa di studi ad alta frequenza sugli alti strati dell’atmosfera, basato sugli studi di Nikola Tesla e costituito originariamente da una schiera di 48 antenne che man mano sono diventate 132, cui entro la fine dell’anno se ne aggiungeranno altre per un totale di 516, con potenze che si dice siano dell’ordine di 3,5 gigawatt ma, pare, destinate ad aumentare di molto), così come si sa che per il funzionamento ottimale di questo dispositivo è essenziale la diffusione di bario nell’atmosfera, dato che questo elemento ne aumenta considerevolmente la conducibilità elettrica. HAARP è potenzialmente in grado di assolvere vari scopi, dalla manipolazione del clima all’oscuramento dei radar, dalle comunicazioni militari sino ad altre applicazioni decisamente più esotiche ed inquietanti. La modificazione del clima sembra essere uno degli intenti principali di questo sistema, a giudicare da un documento del 1996 redatto dall’USAF e intitolato “Possedere il clima nel 2025” che dichiara con estrema chiarezza l’obiettivo delle forze armate statunitensi di arrivare a controllarlo e gestirlo completamente entro tale data, onde acquisire enormi vantaggi militari e strategici. Gli effetti di queste sperimentazioni di natura elettromagnetica nell’atmosfera sono già stati osservati in numerose parti del mondo (come documentano alcune immagini nella pagina seguente), sollevando critiche e denuncie da parte di molti individui preoccupati da questo genere di iniziative, e dai potenziali rischi per la salute pubblica e per l’ambiente. Sfere di luce galleggianti riprodotte in laboratorioSFERE DI LUCE GALLEGGIANTI RIPRODOTTE IN LABORATORIO Le BALLS? Le riproducono in laboratorio due scienziati israeliani. E poi gli scienziati giapponesi le usano per fare disegni in cielo. Balls of light Quello delle sfere di luce galleggianti (note anche come “Balls of Light”) è uno dei fenomeni più curiosi o perfino misteriosi dei tempi moderni. Da qualche tempo due scienziati israeliani, Eli Jerby e Vladimir Dikhtar, dell'Università di Tel Aviv (Israele) sono in grado di riprodurle in laboratorio utilizzando un cosiddetto "Microwave Drill", e cioè una sorta di generatore di onde magnetiche a 600 watt ricavato da un comune forno a microonde domestico, che utilizza un potente raggio a microonde in grado di attraversare oggetti solidi. Senza nessuna tecnologia particolarmente avanzata dunque, bensì quella di un comunissimo forno a microonde che utilizziamo tutti i giorni in casa. Eli Jerby (sinistra) e Vladimir Dikhtyar (destra). I due scienziati hanno indirizzato il raggio, tramite un'asticella appuntita, Fonte: Physical Reviews Letter, 3 February 2006, PRL 96, 045002 (2006)verso un oggetto solido fatto di vetro, silicio e altri materiali. L'energia irradiata dall'asticella (o sonda) ha creato nell'oggetto solido una zona bollente e fusa, una specie di “macchia” incandescente, e quando la punta è stata tirata via, ha trascinato con sé parte del materiale surriscaldato, creando una colonnina di fuoco che poi è collassata in una brillante sfera infuocata che galleggiava in aria e rimbalzava lungo i bordi della recinzione metallica. La sfera infuocata sembrava una specie di tremolante medusa che galleggiava sull’aria – ha raccontato Jerby. L'oggetto incandescente misurava appena un pollice in larghezza e si è palesata approssimativamente per soli 10 millisecondi. L'esperimento è stato recensito all'inizio di questo mese nella rivista scientifica "Physical Review Letters". Il “Microwave Drill” usato per l’esperimento. Jerby ha dichiarato a LiveScience: "Il nostro esperimento in un certo senso conferma la teoria secondo la quale le sfere di luce originano da punti incandescenti della terra creati da fenomeni naturali, come ad esempio i lampi”. Secondo una teoria popolare le sfere di luce si formano quando un lampo colpisce la terra e vaporizza granuli minerali nel suolo. Le nano-particelle vaporizzate potrebbero allora collegarsi tra loro in catene e formare una palla lanuginosa di silicio che galleggia sull'aria. Le particelle reagiscono con l'ossigeno nell'aria, e rilasciano luce nel momento in cui bruciano. Fenomeni analoghi a queste sfere luminose, chiamati anche "Balls of Light", "Orbs" "Globi Ardenti", sono anche ritenuti essere parte in causa della formazione di cerchio nel grano o crop circles. Sono state osservate e documentate in formazioni già realizzate, così come durante la creazione della formazione. C'è anche un buon numero di ricercatori che ha avuto "incontri ravvicinati" con questo fenomeno delle sfere luminose . Ora i risultati sperimentali ottenuti dagli scienziati israeliani aggiungono argomenti nuovi alla discussione. Microonde o simil-microonde potrebbero essere in grado di riprodurre molti dei cosìddetti fenomeni collaterali ai cerchi nel grano? Ad esempio le anomalie fisiologiche scoperte sulle piante interne alle formazioni sarebbero potute essere causate dall'uso di energia a microonde. Un altro studio ha dimostrato che la composizione di ossigeno ed azoto sul terreno dove si è trovato un crop circles è stata alterata nello stesso identico modo in cui in altri terreni è stata alterata da fulmini che hanno colpito il suolo. Anche gli effetti sulle persone e sugli animali che visitano le nuove formazioni nel grano (senso di leggerezza, giramento di testa, nausea e altri sintomi) potrebbero essere spiegati dagli effetti di campi di microonde. Questo vale anche per gli strani malfunzionamenti di attrezzature tecnica usate all'interno dei nuovi crop circles. Inoltre i ricercatori americani dell'associazione di ricerca "ICCRA", di Jeffrey Wilson, hanno mostrato che all'interno delle nuove formazioni nel grano, l'aumento delle microonde e delle emissioni radioattive potrebbero essere misurate. Ancora è comunque poco chiaro e misterioso perché quei valori indicati da sofisticati strumenti di misurazione, circa dopo 10 giorni, ritornano a segnalare il normale livello di radiazione di fondo. A questa notizia se ne aggiunge un’altra, riportata dal giornale “The New Scientist”, che illustra una nuova scoperta avvenuta in Giappone, mostrando un nuovo ed ulteriore aspetto sui fenomeni luminosi. Forme tridimensionali al plasma create nell’aria. Il cielo di notte potrebbe essere presto illuminato con inserzioni tridimensionali e gigantesche, grazie ad un dispositivo laser giapponese che crea immagini incandescenti nell'aria sottile. Il sistema è sviluppato dall'Istituto Nazionale di Tecnologia e Scienza Industriale Avanzata (AIST) di Tokio, in collaborazione con la Burton Inc e l'Università di Keio. "Crediamo che questa tecnologia potrebbe essere utilizzata in diverse applicazioni, dal pirotecnico alla pubblicità all'aperto", dice un portavoce dell' AIST. Secondo la Burton Inc, la tecnologia potrebbe anche essere usata per segnalare casi urgenti di calamità o anche segnali stradali provvisori. Il dispositivo utilizza un effetto di ionizzazione che si verifica quando un raggio di luce laser è focalizzato su un punto specifico in aria. Questo raggio laser è invisibile all'occhio umano ma, se l'intensità della pulsazione laser supera una data soglia, l'aria collassa (esplodendo e trasformandosi) in plasma ardente che emette luce visibile. L'intensità richiesta (per questa trasformazione) può essere realizzata solamente da pulsazioni laser molto corte e potenti - infatti ogni punto di plasma, o "flashpoint", dura solamente circa un nanosecondo. Ma l'immagine risultante sembra durare molto di più a causa della persistenza di visione. Come con film e televisione, l'impressione di un'immagine continua è mantenuta rinnovando e ripetendo i "flashpoints". Il sistema di dimostrazione usa un laser infrarosso che crea cento flashpoints al secondo. Attualmente, questi possono essere proiettati da due a tre metri dall'apparato, in un spazio di circa un metro cubo. Ogni flashpoint genera un suono, uno schiocco, mentre - quando il dispositivo è i azione - da luogo ad un continuo crepitio. I sistemi precedenti usavano specchi galvanometrici per controllare il punto focale del raggio laser in due dimensioni, per creare solamente immagini bidimensionali. Ma il nuovo sistema aggiunge un motore lineare ad alta velocità che comprende una lente per controllare anche il punto focale del laser in una terza dimensione, permettendo di disegnare anche forme solide, in tri-dimensione. I ricercatori che sono dietro a questo sistema dimostrativo stanno pensando di svilupparlo portandolo ad una percentuale di pulsa<ione più alta che dovrebbe produrre più punti e quindi immagini più fluide. Versioni future dovrebbero includere anche ritratti commoventi e l'AIST ha dichiarato che dovrebbe essere possibile evolvere il sistema fino a produrre proiezioni di qualsiasi dimensione. Comunque, si possono creare solamente flashpoints bianchi, quindi una mostra a colori non sarà possibile. Questa la interessante notizia proveniente dal Giappone. Ma vi starete domandando cosa c’entra con le “BALs” e con i crop circles? Questa scoperta è certamente attinente al complesso mondo dei fenomeni luminosi, speso creati – in natura – dalla ionizzazione dell’aria (come suggeriva a suo tempo anche lo scienziato Terence Meaden). E la ionizzazione dell’aria può generare suoni come crepitii e schiocchi. A questo punto dovrebbe risultare chiara una analogia con i crop circles, laddove teniamo presente che molte testimonianze oculari di persone che avrebbero assistito alla formazione di un crop parlano di strane “luci” nell’aria, di aria carica di energia, di suoni, crepitii e scoppiettìi. L’apparecchiatura sviluppata dai giapponesi genera delle sfere di plasma ad elevate temperature, e le dispone in posizioni precise nell’aria, creando perfino dei disegni. Il tutto genera dei suoni simili a fischi, crepiti, scoppiettamenti. Sembrerebbe – anche se non è così – che stiamo parlando proprio delle Balls of Light che molti ritengono essere “le intelligenze” che generano i crop circles. In ogni caso questa scoperta, a mio avviso, potrebbe costituire un ulteriore tassello verso a comprensione di un fenomeno che ad oggi resta inspiegato. Staremo a vedere… PRIMA FASE DELL'ESPERIMENTO SECONDA FASE DELL'ESPERIMENTO TERZA FASE DELL'ESPERIMENTO Nibiru: il X pianetaIL X PIANETA Zecharia Sitchin, linguista e storico russo, esperto di civiltà sumera (uno dei pochissimi studiosi in grado di decifrare le iscrizioni in carattere cuneiforme), assume come certo e veritiero, anche se confuso, tutto ciò che viene comunemente chiamato mitologia. Tutto ciò che rappresenta i costumi e gli usi di un popolo, dalle antiche tradizioni ai racconti popolari, dalle raffigurazioni su templi o su oggetti e utensili, alle varie pratiche cerimoniali, danze e canti propiziatori; tutto ciò sarebbe in realtà confusa memoria di fatti realmente accaduti. Zecharia Sitchin Recenti studi astronomici confermano la scoperta di un altro pianeta nel sistema solare, un pianeta con un'orbita ellittica molto ampia, che lo porterebbe a transitare tra Marte e Giove ogni 3.600 anni. I Sumeri erano a conoscenza dell'esistenza di questo pianeta, che chiamavano Nibiru, "il pianeta dell'attraversamento", che proveniva dalle profondità dello spazio, al di fuori del nostro sistema solare; i suoi abitanti, gli Anunnaki, iniziarono a visitare la Terra circa mezzo milione di anni fa, e la cronaca di quei giorni può essere letta -secondo Sitchin- nell'Antico Testamento come nel libro di Gilgamesh. Esiste un testo mesopotamico, l'Enuma Elish ("Quando nell'alto"), risalente a più di 4000 anni fa, scritto in caratteri cuneiformi, composto di sette tavole e nel quale, sotto forma di narrazione, si descrive la formazione del nostro Sistema Solare. "Enuma elish la nabu shamamu (Quando nell'alto il Cielo non aveva ancora un nome Shaplitu ammatum shuma la zakrat" E in basso anche il duro suolo non aveva nome) Così comincia l'Enuma Elish. Esistono all'inizio solo tre dei: Apsu ("uno che esiste fin dal principio"), Mummu ("uno che è nato") e Tiamat ("vergine della vita"). Dal rimescolamento delle acque primordiali (elemento base dell'universo) nascono Lahmu ("dio della guerra") e Lahamu ("signora delle battaglie"). Comparvero poi Anshar ("primo dei cieli") e Kishar ("primo delle terreferme"), i quali generarono Anu ("quello dei cieli") e Gaga. Si menziona poi Ea come "abile creatore". Ea giace nella "Casa d'acqua" di Apsu L'accostamento degli dei del testo mesopotamico con i Pianeti del nostro Sistema Solare ha portato ad identificare Apsu con il Sole, Mummu con Mercurio, Lahamu con Venere, Lahmu con Marte, Tiamat con la Terra, Kishar con Giove, Anshar con Saturno, Gaga con Plutone, Anu con Urano ed Ea con Nettuno. Il testo prosegue descrivendo le orbite turbolente ed irregolari dei pianeti, tutta una serie di vicende caotiche che portarono infine ad una relativa pace, interrotta dall'arrivo di Marduk, un nuovo dio (e quindi un nuovo pianeta, formatosi altrove). Così prosegue L'Enuma Elish: "Nella camera dei Fati, nel luogo dei Destini Un dio fu generato, il più capace e saggio degli dei; nel cuore del Profondo fu creato Marduk. Attraente era la sua figura, scintillante il levarsi dei suoi occhi; maestoso era il suo passo, imponente come nei tempi antichi …Egli era il più alto tra gli dei, superiore in tutto… Superbo tra gli dei, superava tutti per statura; le sue membra erano enormi, egli era eccezionalmente alto". Il racconto indica quindi l'entrata di Marduk nel Sistema Solare; dopo una serie di deviazioni, la sua traiettoria si incrocia con quella di Tiamat, colpendola, inizialmente con un suo satellite: "Il Signore distese la sua rete per avvilupparla; il Vento del Male, che gli stava dietro, le scatenò contro. Quando Tiamat aprì la bocca per divorarlo Egli le spinse contro il Vento del Male, in modo che non potesse più chiudere le labbra. I feroci venti di tempesta quindi caricarono il suo ventre; il suo corpo si gonfiò, la bocca si spalancò. Egli scagliò una freccia che le dilaniò il ventre; penetrò nelle sue viscere e le si conficcò nel grembo. Dopo averla così domata, egli spense il suo soffio vitale". Così potrebbe apparire l'arrivo di Nibiru nel nostro Sistema solare Successivamente Marduk transita nuovamente vicino a Tiamat, incrociandola per la seconda volta, e colpendola con la sua propria superficie: la conseguenza è che Tiamat viene divisa in due, una parte della quale formerà la cintura degli asteroidi (che attualmente orbita tra Marte e Giove), mentre l'altra parte formerà la Terra, che verrà spinta dal satellite di Marduk "Vento del Nord" (terza collisione) in un'orbita nuova assieme a Kingu (Luna), che era già uno dei dieci satelliti di Tiamat. L'Enuma Elish descrive questa serie di collisioni così: "Il Signore calpestò la parte posteriore di Tiamat; con la sua arma le tagliò di netto il cranio; recise i canali del suo sangue; e spinse il Vento del Nord a portare la parte ormai staccata verso luoghi che nessuno ancora conosceva. L'altra metà di lei egli innalzò come un paravento nei cieli; schiacciatala, piegò la sua coda fino a formare la Grande Fascia, simile a un bracciale posto a guardia dei cieli". Marduk contro un servo di Tiamat (VIII secolo a. C.) In seguito, nel suo periodo di rivoluzione, Marduk attrasse il satellite di Anshar (Saturno), Gaga (Plutone), spostandolo in un'orbita indipendente attorno ad Apsu (Sole), come un vero e proprio pianeta. L'Enuma Elish afferma chiaramente che Marduk proveniva da profondità cosmiche esterne al nostro Sistema Solare; I sumeri chiamavano questo invasore Nibiru, "il pianeta che attraversa". Nell' indicare la sua orbita, i testi mesopotamici la descrivono come un'orbita grandissima, estesa fino a regioni sconosciute dell'Universo. Ancora, nel mondo antico, vi era la profonda convinzione che ciclicamente (ogni 3600 anni) questo pianeta tornasse nelle vicinanze della Terra, e studi sempre più approfonditi in questa direzione sembrano dare concretezza scientifica a questi racconti epici. Un altro testo mesopotamico, tradotto da Viroellaud vengono descritti i membri del gruppo Mulmul, ossia del nostro Sistema Solare. Questo testo parla di "dodici pianeti" La riga 20 della tavola TE riporta: "Naphar 12 sheremesh ha.la sha kakkab.lu sha Sin u Shamash ina libbi ittiqu" Che significa "In totale dodici membri a cui appartengono il Sole e la Luna, e dove orbitano i pianeti". Considerando il nostro attuale sistema planetario, composto da nove pianeti più il Sole e la Luna, chiaramente manca un pianeta, Nibiru. I Sumeri, nei loro testi, riportano descrizioni di Nibiru, come venne visto in quei giorni remoti: "Dio Nibiru: è colui che senza fatica continua l'attraversamento nel mezzo di Tiamat sia Attraversamento il suo nome colui che occupa il mezzo Il grande pianeta: in apparenza, rosso scuro il paradiso a metà divide il suo nome è Nibiru" Nel 1930 venne scoperto Plutone, e questo, almeno all'inizio, fornì lo spunto per spiegare le interferenze osservate sulle orbite di Nettuno e di Urano. Questa spiegazione risultò in breve tempo molto fragile, perché nel 1978 W.Christie (dell'Osservatorio Navale di Washington) dimostrò che Plutone era troppo piccolo per poter esercitare un'influenza gravitazionale così forte sugli altri due pianeti; ipotizzò che la causa potesse essere la presenza di un pianeta sconosciuto, la cui massa sarebbe stata in grado di inclinare l'orbita di Urano, spostare Plutone ed imprimere un'orbita retrograda ad uno dei satelliti di Nettuno (Tritone). Dopo la scoperta di Christie, R.S.Harrington e T.C.Van Flaandern, dello stesso Osservatorio di Washington, condussero una serie di prove simulate al computer, e conclusero che quelle anomalie orbitali potevano essere prodotte da un pianeta grande due volte la Terra e distante da Plutone circa 2.4 miliardi di Km. Missioni successive del Pioneer 10 e 11 e di Voyager rafforzarono questa tesi. Nel 1983 il telescopio spaziale IRAS (Infrared Astronomic Station), inviato in orbita e attivo per quasi un anno, registrò altri dati favorevoli alla tesi del "Planet X"; dotato di una tecnologia in grado di captare le radiazioni infrarosse dei corpi celesti molto lontani dal Sole (non osservabili direttamente dalla Terra), il telescopio IRAS inviò alla NASA più di 600.000 immagini, dalla cui elaborazione è stato possibile individuare nuove stelle e sistemi planetari in formazione. Nel dicembre dello stesso anno la stampa statunitense annunciò che il telescopio aveva scoperto, in direzione della costellazione di Orione, un corpo celeste le cui probabili dimensioni erano simili a quelle di Giove [dalla rubrica scientifica del Washington Post]. Il direttore dell'IRAS, G.Neugebauer dichiarò che gli astronomi non sapevano classificarlo. Telescopio spaziale IRAS In seguito venne stimata la distanza oggetto-Sole in 80 miliardi di Km, cioè abbastanza vicino da rientrare nell'orbita del nostro Sistema Solare; sembrava in avvicinamento verso la Terra ma era troppo grande e si muoveva troppo lentamente per essere una cometa. Nel 1987 la NASA annunciò ufficialmente la possibile esistenza del "Planet X", in una conferenza tenuta presso il Centro di Ricerca di Ames, in California, attraverso il suo portavoce, John Anderson. Alla fine degli anni '90 John Murray (UK's Open University) e John Matese (University of Southwestern Louisiana) arrivarono, con studi separati, alle stesse conclusioni, e cioè che esiste un oggetto sconosciuto ai limiti del nostro Spazio che esercita una forza gravitazionale capace di "rallentare l'uscita delle sonde dal sistema solare e di deviare il percorso delle comete" Nel 1998 la NASA annunciò la possibile scoperta di un pianeta extrasolare in una stella binaria (TMR-IC) della costellazione del Toro, a circa 450 anni luce dalla Terra. In seguito nuove osservazioni con il telescopio Keck esclusero quest'ipotesi, in quanto si sarebbe individuata una temperatura superficiale superiore a 2700 gradi Kelvin, incompatibile con la temperatura di qualunque giovane pianeta. Nel febbraio del 2000 è stata scoperta una cometa di grandi dimensioni che sta ruotando attorno al Sole lungo un'orbita talmente grande ed ellittica, da non poter essere giustificata col solo disturbo gravitazionale prodotto dai pianeti più grandi (Giove, Saturno). La cometa è stata denominata 2000CR105, e sembra avere un diametro di almeno 400 Km. Brett Gladman e i suoi collaboratori, dall'Osservatorio della Costa Azzurra, hanno stimato il suo perielio a 6,6 miliardi di Km, e il suo afelio a 58 miliardi di Km circa. Tra le numerose ipotesi prese in esame, vi è quella suggestiva dell'esistenza di un pianeta delle dimensioni di Marte, che orbiterebbe ad una distanza media dal Sole di circa 11 miliardi di Km, giustificando l'evoluzione e il comportamento di questa enorme cometa. Tuttavia questo pianeta non è stato ancora individuato. Nel 2001 l'Osservatorio Elvetico di Neuchatel ha annunciato che i suoi astronomi avevano individuato una massa di colore rossastro negli spazi siderali, lo stesso corpo celeste, probabilmente,captato dal Gordon Macmilla Southam Observatory di Lowel in Arizona. In tutt'e due i casi si è parlato di un corpo planetario in fase di avvicinamento regolare alla Terra. Nel gennaio 2002 alcuni astronomi (da ultimi quelli dell'osservatorio di Haute Provence in Francia) hanno dichiarato di essere riusciti a fotografare un corpo celeste in avvicinamento in ascensione retta (4h 27m 22s; declinazione 12h 8m 20s). In un articolo apparso sulla rivista Nexus del bimestre Novembre-Dicembre 2002, Furio Stella riporta le dichiarazioni di Adriano Forgione, direttore del mensile Hera, che aveva pubblicato nel suo giornale presunte foto di Nibiru, la cui attendibilità non è stata in alcun modo provata. Al contrario, semmai, Forgione ne ha smentito la veridicità in occasione del 2° Convegno Nazionale di Nexus dello scorso 27 Ottobre 2002. "Questo non significa che io non creda nell'esistenza di Nibiru -ha detto Forgione- Credo anzi che i Sumeri conoscessero molto bene com'era composto il Sistema Solare…e le loro osservazioni vengono oggi confermate anche dagli astrofisica…con i calcoli matematici sull'orbita delle comete. Questi calcoli confermano l'esistenza di un grande corpo celeste , almeno tre-quattro volte la Terra, con l'orbita retrograda, per cui tutto coincide con quanto descritto da Sitchin". Sul lavoro dello studioso russo però il direttore di Hera ammette di trovarsi in disaccordo su svariati punti: "Non c'è conferma che il Decimo Pianeta entri nel Sistema Solare e che abbia l'orbita allungata e intersecante. Non ha senso…Sono poi scettico sul fatto che il Pianeta sarebbe abitato… In questo Sitchin ha unito vari concetti associando a Nibiru un concetto che non c'è sui testi cuneiformi: quella che gli Anunnaki siano gli abitanti di Nibiru è in sostanza una sua deduzione." La domanda da farsi, al di là di tutte le possibili congetture sulla presenza di Nibiru nel nostro Sistema Solare, sul suo arrivo, sulla presenza di organismi viventi sulla sua superficie, è quali saranno, in definitiva, le conseguenze della scoperta del Decimo Pianeta; cosa porterà all'Umanità, e cosa, invece, le toglierà? Stranezze sul pianeta MarteSTRANEZZE SUL PIANETA MARTE A partire dalla prima metà degli anni settanta gli Stati Uniti effettuarono diverse missioni spaziali volte all'esplorazione diretta di alcuni pianeti del sistema solare ed in particolare del pianeta Marte. Grazie all'impiego delle sonde spaziali automatiche la NASA (l'ente spaziale statunitense) nel 1972 con la sonda Marineer 9 diede il via ad una serie di missioni sistematiche volte all'acquisizione di nuove informazioni e dati sulle caratteristiche del pianeta rosso. Il tutto apparve come il normale svolgersi di previste attività spaziali di ricerca, tranne che per i "soliti piccoli inconvenienti" verificatisi sistematicamente durante tutte le missioni ufficiali effettuate. Ebbene tali inconvenienti si sono in realtà rivelati dei veri e propri eventi anomali inspiegabili. Ma ciò che destò più scalpore allora, come del resto ancora oggi, furono le evidenti e regolari operazioni di insabbiamento e di cover-up perpetrate dalla NASA su determinati e sconcertanti rinvenimenti effettuati sulla superficie di Marte. Una delle prime scoperte che suscitarono clamore, fu la pubblicazione di una foto scattata dalla sonda Marineer 9 nella regione marziana nota come quadrangolo di Eliseo. In tale area era visibile una formazione di quattro complessi simili a delle piramidi con tre lati. In effetti, dopo un'attenta analisi della foto, venne riscontrata la presenza di due coppie di strutture piramidali tetraedriche. Una coppia era costituita da piramidi molto grandi, le cui dimensioni superavano di gran lunga quelle della piana di Giza in Egitto. L'altra, era formata da piramidi decisamente più piccole e disposte apparentemente secondo una forma romboidale. L'assenza di ulteriori immagini portò la NASA a smentire il tutto suggerendo che si trattava di una semplice aberrazione ottica dovuta a fenomeni naturali. Tesi, quest'ultima, che venne successivamente ribadita in uno studio, pubblicato su una rivista scientifica americana, da due professori che proponevano ben quattro teorie esplicative possibili. Tali teorie, però, non convinsero del tutto gli studiosi, tant'è che negli anni successivi furono pubblicati gli studi di altri ricercatori. Alcuni di questi, come quello degli astronomi Francis Graham e David Chandler sottolineavano chiaramente le incongruenze di tali teorie esplicative. In effetti, evidenziarono gli studiosi, il fatto che le strutture presenti nella regione d'Eliseo fossero state fotografate a sei mesi di distanza, sotto differenti luci e angolazioni presentando sempre la medesima forma, convinse molti che si trattava di strutture artificiali. Chandler in particolare affermò: "Considerando l'attuale assenza di qualsiasi spiegazione accettabile, sembra che non ci sia ragione per non prendere in considerazione la conclusione più ovvia di tutte: forse si tratta delle costruzioni di esseri intelligenti". Tali esseri potrebbero essere gli artefici di un'altra, quanto mai enigmatica, struttura rilevata e fotografata dalla Marineer 9 nella zona equatoriale di Marte ( a 186,4 di longitudine). In tale area si trova un'insolita formazione a banchina con raggi che si estendono da una sorta di "mozzo" centrale causata, secondo la NASA, dalla fusione e dal crollo di strati di ghiaccio perenne. Il disegno della formazione mette in risalto, capovolgendo la fotografia, ciò che sembra essere la struttura di un moderno aeroporto con un centro circolare da cui si diramano le lunghe strutture di accesso agli imbarchi. Ma quelle del Marineer 9 furono solo alcune delle numerose immagini che mostravano strutture superficiali incongrue rispetto alla morfologia dell'area in questione. Le missioni Viking Nel 1976 le due sonde statunitensi denominate Viking 1 e 2, tra la notevole quantità di dati trasmessi, inviarono immagini dell'emisfero settentrionale di Marte in cui erano visibili alcune strutture "anomale". In particolare nella regione denominata Cydonia Mensae fu rilevata la presenza di diverse strutture decisamente troppo simmetriche per essere semplici formazioni naturali. Tra queste, spiccava una strana costruzione, lunga circa 2 Km ed alta 50 metri, somigliante ad un volto umano con lo sguardo fisso verso l'alto. Poco distante dal volto era visibile un complesso di tre piramidi, a base quadrangolare, di differenti dimensioni. Ebbene tale complesso, insieme al volto, presenta incredibili analogie con le piramidi e la sfinge situate nella piana di Giza (Egitto), secondo le ultime teorie, risalenti a più di 10.000 anni fa. Com'era prevedibile la NASA non pubblicizzò tale scoperta liquidandola come il semplice risultato di un gioco di luci ed ombre. Fortunatamente due ingegneri elettronici americani, Vincent Di Pietro e Gregory Molenar (del Mars Research Center di Glenn Dale, Maryland) dopo attente analisi effettuate con sofisticatissimi computer comunicarono, la scoperta delle misteriose strutture marziane. Grazie ai loro meticolosi studi i due ingegneri, dopo aver consultato gli archivi fotografici del National Space Center di Geen Belt, riuscirono a stabilire l'esatta altitudine della sonda Viking 1 sulla regione di Cydonia al momento della ripresa ed altre importantissime informazioni che servirono ad avallare la possibile natura artificiale e non naturale di tali strutture, come frettolosamente diversi studiosi e la stessa NASA avevano affermato. L'agenzia spaziale statunitense dichiarò che, tali strutture, erano il semplice frutto di un effetto ottico dovuto al particolare angolo d'incidenza della luce solare sulla superficie del pianeta. Ciò era provato dal fatto che nel successivo passaggio della sonda sull'area di Cydonia, effettuato poche ore dopo, non vi era nessuna traccia del volto e tanto meno delle piramidi. I due studiosi, invece, attraverso l'elenco delle aree marziane sorvolate dal Viking, risalirono al secondo passaggio della sonda che era avvenuto ben "35 giorni" dopo e con una angolazione della macchina da ripresa e della luce solare differenti. Ebbene dopo scrupolose analisi il responso fu che, nonostante le variazioni esistenti tra le due riprese, sia il volto che le piramidi erano ben visibili. Pertanto l'effimera ipotesi venne a cadere definitivamente; anzi grazie all'impiego di una nuova procedura computerizzata, l'ingrandimento fotografico del volto evidenziò la presenza di una struttura pronunciata nell'orbita oculare destra, probabilmente la pupilla del monolite marziano. Comunque sia i risultati dei due ricercatori furono del tutto ignorati dalla comunità scientifica internazionale e dalla stessa NASA. Costruzioni di un'antica civiltà In seguito anche altri ricercatori confutarono la possibile origine naturale delle strutture anomale presenti nella regione di Cydonia. REGIONE DI CYDONIA In particolare l'americano Mark J. Carlotto della Analityc Sciences Corporation, che grazie all'impiego di particolari computer sviluppò, dalle stesse foto analizzate da Molenar e Di Pietro, un modello tridimensionale del volto scoprendo che questo sarebbe comunque tale a prescindere dall'angolo d'incidenza della luce solare sulla superficie del pianeta. La presenza inoltre, di altre strutture come le piramidi, la cosiddetta fortezza ed altre ancora, fa accrescere l'ipotesi che tali complessi non siano naturali. A rafforzare il tutto contribuì l'enorme apporto scientifico portato dallo scienziato e giornalista statunitense Richard Hoagland e dal suo team di ricerca, il Mars Mission. Hoagland incuriosito, già precedentemente, dagli studi di Di Pietro e Molenar iniziò insieme al suo gruppo una serie di studi dettagliatissimi sulle singolari strutture rinvenute dai due ricercatori nella regione di Cydonia, ma anche su diversi siti misteriosi rinvenuti nella stessa zona. Ma soprattutto mise in evidenza le diverse relazioni significative tra le loro posizioni reciproche, le dimensioni e gli orientamenti. Il risultato finale fu che tali relazioni erano così complesse che appariva alquanto difficile spiegarle come il frutto di semplici "coincidenze o del caso". Infatti nel suo libro "The Monument of Mars", Hoagland, dimostra che le sei piramidi presenti nella regione di Cydonia ed il volto scolpito sarebbero in realtà i resti di un grande complesso, collocato in modo da essere rivolto sia al levar del sole che al tramonto. Tale complesso sarebbe stato edificato su Marte circa 500.000 anni fa in base a delle leggi di una geometria armoniosa ed analogamente agli antichi templi e luoghi sacri presenti sulla Terra. Tale geometria sarebbe stata elaborata come un codice, come un messaggio matematico, ai pianeti vicini similarmente ai segni impressi sulla piastra inviata nello spazio con la sonda Pioneer. Inoltre, lo studioso americano scoprì ben presto che la struttura più importante presente nell'area di Cydonia non era il volto ma una piramide pentagonale che lo stesso Hoagland chiamò di D&M, in onore dei due ricercatori Di Pietro e Molenar. In effetti, già i due ricercatori avevano, nelle loro analisi iniziali, riscontrato la presenza di un complesso massiccio la cui forma denotava un'evidente regolarità. Hoagland successivamente, con l'ausilio dei sofisticati elaboratori dello Stanford Research Institute, riuscì ad ottenere una maggiore definizione delle immagini evidenziando che tale complesso aveva effettivamente la configurazione di una grande piramide a base pentagonale, con un asse di simmetria bilaterale diretto verso il volto. Lo stesso Carlotto riuscì ad ottenere una risoluzione ancora più precisa della piramide lavorando su tre differenti fotogrammi il 35A72, 70A11 e 70A13. FOTOGRAMMA 35A72 FOTOGRAMMA 70A11 FOTOGRAMMA 70A13 Quest'ultimo, il più chiaro dei tre, mostra chiaramente una struttura avente cinque lati, di cui i due opposti leggermente più lunghi degli altri e dotato di simmetria bilaterale. Sulla destra della piramide si trova un cratere con un diametro decisamente ridotto ma la cui profondità sembra alquanto notevole in quanto non se ne scorge il fondo, ciò a differenza degli altri crateri adiacenti. Inoltre sul bordo si notano due forme simili a delle cupole. Una geometria tetraedrica Una tale complessità morfologica non è casuale ma è il preciso ed incredibile frutto di quella geometria sacra a cui Hoagland fa riferimento. Una geometria che è stata in parte decifrata dal tecnico del Pentagono Errol Torun, specialista del Servizio Cartografico del Ministero della Difesa statunitense. Originariamente Torun si era incaricato di indagare su tali strutture al solo fine di smentirne la reale origine artificiale a cui Hoagland ed altri erano favorevoli. Ebbene durante il suo studio raccolse così numerosi elementi, a favore di questa ipotesi, da cambiare idea e schierarsi nelle fila dei sostenitori dell'esistenza di un'antica civiltà su Marte. Lo studioso, infatti, dopo attenti esami escluse qualsiasi ipotesi d'origine naturale affermando che non si conosceva alcun fenomeno morfologico in grado di generare una piramide pentagonale. Una simile struttura non esiste nè su Marte, nè sulla Terra e tanto meno in altri pianeti del sistema solare. Torun evidenziò, inoltre, come Cydonia fosse un concentrato di fenomeni geologici insoliti. Ma la scoperta più sorprendente che lo studioso effettuò fu che la struttura piramidale pentagonale non solo venne edificata secondo le sezioni auree impiegate da Leonardo Da Vinci per il noto disegno dell'uomo all'interno del cerchio, ma che gli angoli, le distanze e le costanti matematiche riscontrate nella piramide di D&M sono le medesime che si trovano in tutta la regione di Cydonia. Tali costanti si ottengono dividendo fra loro altre due costanti, di cui la prima è E ( la base degli algoritmi naturali), l'altra è P (il rapporto della circonferenza per il diametro del cerchio); E diviso per P dà il rapporto di 0,865 che è una funzione trigonometrica ed una tangente ad arco dell'angolo 40,87. "Fatalità", l'apice della piramide si trova esattamente sul 40,87mo grado di latitudine di Marte, come se le coordinate della sua posizione siano codificate nella sua intrinseca geometria. Una geometria che lo stesso Hoagland ha definito tetraedrica. A tale conclusione il ricercatore vi è giunto grazie al lavoro svolto dallo studioso Stan Tenen, che da più di vent'anni si occupa dei simboli geometrici che appaiono nei testi antichi. Tenen è riuscito a trovare le basi della geometria che sarebbe all'origine della costruzione della piramide di D&M attraverso la geometria sacra degli antichi templi terrestri quali Teotihuacan (Messico), Giza (Egitto), Stonehenge (Inghilterra), etc. Infatti se si posiziona un tetraedro, cioè una piramide triangolare, con la punta rivolta al polo Nord di una sfera, gli angoli la toccano nella fascia di 19,5° di latitudine. Ebbene, numerosi templi antichi della Terra sono collocati sulla fascia di 19,5° di latitudine e così anche grosse strutture geologiche come ad esempio i vulcani delle isole Hawaii. Inoltre va aggiunto che anche la famosa macchia rossa di Giove, i vulcani spenti di Venere, il grande vulcano Olympus su Marte, la macchia scura di Nettuno e la porzione più ampia delle macchie solari si trovano tutti a 19,5° nord o sud di latitudine. A questo punto molti si domanderanno: "ma tutto ciò è frutto di una semplice "coincidenza" o in realtà dietro ci sono leggi astrofisiche a noi ancora sconosciute?" Secondo Hoagland, nelle dimensioni della piramide di D&M e nella sua posizione sarebbe celato un messaggio criptico, un codice in grado di mettere in contatto con forze sconosciute legate ai corpi sferici rotanti. In diversi laboratori, in effetti, si starebbero compiendo ricerche, su questo tipo di fenomeni, quasi sempre coperte da segreto militare; fenomeni che sono oggetto di studio da parte di fisici come il Prof. Bruce De Palma, fisico presso il MIT (Massachussets Institute of Tecnology) il quale si occupa di fisica dei corpi orbitanti. De Palma insieme con altri scienziati, tra cui l'americano Adam Trombly, sostiene che fra i corpi rotanti avvenga uno scambio d'energia e che la rotazione apra una sorta di "porta" verso un'altra dimensione da cui proviene un'energia di natura elettrica coerente. Tale scambio di energia, fra le due dimensioni, avverrebbe sempre alla latitudine di 19,5°. Secondo De Palma un'energia o forza del genere potrebbe condurre alla realizzazione di sistemi tipo l'antigravità, viaggi cosmici attraverso portali dimensionali ed infine all'utilizzo di una fonte energetica inesauribile. In sintesi, quella tecnologia in possesso degli esseri che ci visitano con quegli apparecchi che, comunemente, definiamo UFO. Tale discorso secondo i soliti "esperti" di turno potrebbe essere alquanto fantasioso. Una verifica, invece, a tale ipotesi è giunta nel 1989 quando la sonda spaziale Voyager 2 passò vicino al pianeta Nettuno. Infatti, l'ambiente scientifico americano e internazionale, rimase sconcertato dai dati trasmessi dalla sonda tant'è che riformularono del tutto le ipotesi fatte fino ad allora sul pianeta. Quest'ultimo non si presentava affatto come una landa di ghiaccio posta ai limiti del sistema solare, ma come una palude di metano con eccentriche condizioni meteorologiche ed attraversata da fortissimi venti sull'ordine dei 2000 Km/h. Nettuno, in poche parole, risulta un vero è proprio enigma per gli astrofisici, difatti il pianeta emana una quantità di energia tre volte superiore a quella ricevuta dal sole. Ebbene, una risposta al perchè di tale "anomalia", ed in particolare da quale fonte Nettuno attinga tanta energia, può essere fornita, secondo Hoagland, solamente dall'ipotesi di De Palma e Trombly. Pertanto, le strutture presenti nella regione di Cydonia racchiuderebbero il sapere o la scienza di ciò che unisce il mondo nel suo più profondo intimo, il segreto di un'energia libera e infinita che in futuro l'uomo potrebbe avere a disposizione. Un'energia pulita ed inesauribile, alternativa alla dannosissima energia nucleare e che cambierebbe decisamente la vita del genere umano. Cydonia ed Avebury: una connessione casuale? Oltre a quanto già esposto, la dimostrazione che la geometria alla base delle strutture marziane non sia frutto della fantasia o della casualità ci viene fornita da un fenomeno "insolito" presente sul nostro pianeta. Come giustamente sottolinea Hoagland le stesse "forme magiche" della geometria tetraedrica si possono riscontrare nei famigerati e tanto discussi cerchi nel grano. Cerchi che si manifestano di frequente in zone del pianeta che risultano essere la controparte corrispondente alla regione di Cydonia. Queste zone sono l'enigmatica Silbury Hill e la zona di Avebury, entrambe situate in Inghilterra. Ebbene in queste due località si trovano delle formazioni "apparentemente" naturali e siti megalitici legati da un "misterioso" rapporto geometrico con due delle strutture presenti su Marte. Infatti, situato ad est dell'enigmatico volto di Marte si trova una sorta di anello ed una collina di forma conica, denominata Tholus, alta 170m e con la base del diametro di 1Km e mezzo. Completamente differente dagli altri siti circostanti il Tholus è perfettamente circolare, arrotondato e liscio, appare, inoltre, contornato da un terrapieno. Se si osserva attentamente questa collina conica non si può fare a meno di rilevare l'incredibile somiglianza di questa "singolare" struttura con le colline artificiali, di origine preistorica, situate in alcune zone del continente americano e dell'Europa. In effetti una caratteristica del Tholus è la presenza di una strada spiraliforme simile a quella che anticamente portava alla Silbury Hill. Quest'ultima è la più famosa tra le colline, di probabile natura artificiale, situate in Inghilterra. La singolarità, è che a questa collina porta una strada spiraliforme simile a quella che anticamente conduceva alla Silbury Hill. A nord di quest'ultima si trova il cerchio megalitico di Avebury al cui interno sono collocati due cerchi, secondo un angolo di deviazione verso nord-ovest di 19,5°. Ebbene, a nord del Tholus si trova un cratere ad anello con due gobbe sul dorso ubicate nella medesima posizione in cui sorgono le alture dell'anello di Avebury. Anche il rapporto delle dimensioni fra il Tholus, il cratere e i due rilievi e l'anello di Silbury Hill con i cerchi di pietra corrisponde. Inoltre, come sottolinea Hoagland, nonostante col trascorrere dei secoli gran parte dell'area di Avebury sia andata distrutta, ciò che rimane basta per poter tracciare dei parallelismi con l'area di Cydonia. In effetti, secondo Hoagland, se sovrapponiamo un lucido della carta topografica di Marte su quella di Avebury si denota, che dove su Marte è situata la piramide pentagonale di D&M, sul terreno della fattoria Firs si scorge un recinto, guarda caso, pentagonale. Continuando ad analizzare il lucido si evince che dove su Marte è situata la City, sorgono i tumuli funerari e le fortezze di Avebury e lo stesso volto umano coincide perfettamente con una porzione di territorio che va dall'autostrada A4 a nord di Beckhampton fino ad ovest su un'area famosa dove è collocato un grande sito preistorico. Ma le analogie non finiscono qui. La famosa Iarda, l'unità di misura della cultura megalitica, equivale precisamente a 2,72 piedi inglesi. Tale misura è anche la costante che ha un ruolo così importante nei monumenti di Marte. Questa corrispondenza la si ritrova anche nel famoso sito megalitico di Stonehenge che risulta essere disposto verso nord-est con un'angolazione, guarda caso, di 49,6° che corrisponde alla geometria di Cydonia. La geometria di Cydonia e il pittogramma di Barbury Castle Ma l'aspetto più incredibile e sorprendente emerso dagli studi di Hoagland e del suo team è che, nella zona di Avebury e Stonehenge, dopo che la sonda Viking era riuscita a fotografare la regione marziana di Cydonia, si è manifestato, con maggiore frequenza e continuità rispetto a prima, il fenomeno dei cerchi nel grano. Questi ultimi sono stati, in seguito, oggetto di studio da parte di Colette Dowell, collaboratrice di Hoagland, la quale attraverso le analisi sui modelli di cerchi apparsi, constatò che quasi tutti erano disegnati con le unità di misura della geometria di Cydonia. Inoltre, analizzando il pittogramma di West Kennet e Old Sarum, apparsi rispettivamente il 16/07/1990 ed il 05/07/1992 emersero ulteriori elementi che riconducevano inequivocabilmente alle strutture presenti su Marte. Nel primo caso il pittogramma era disposto in modo che prolungandolo si arrivava dritti al versante est di Silbury Hill, mentre la sua deviazione di 19,5° era rivolta verso il lato ovest. Nel secondo pittogramma invece emerse che questi conteneva angoli di 45 e 42 gradi, i quali divisi fra loro davano il risultato di 0,865, la stessa cifra risultante dalla divisione di E con P scoperta da Hoagland. Ma il vero clamore si ebbe quando venne analizzato il pittogramma triangolare apparso a Barbury Castle il 16/07/1991. Da tale pittogramma, definito "la madre di tutti i pittogrammi" e che si rivelò essere un perfetto tetraedro, emerse la più completa e consistente raccolta di dati identici a quelli estrapolati dallo studio di Cydonia. Difatti effettuando una proiezione degli anelli concentrici presenti nel pittogramma di Barbury Castle sulla latitudine di un pianeta furono ottenuti diversi valori. Uno di questi era 19,5°, l'identica fascia di latitudine in cui nei corpi rotanti avviene l'immissione di energia fra due differenti dimensioni nello spazio. Inoltre sono emersi valori quali: 22,5° che risulta essere l'angolo di pendenza del volto di Marte; 52,0° cioè il grado di latitudine di Barbury Castle; 45,0° che è la metà esatta della distanza fra polo ed equatore; 45/52° dalla cui divisione scaturisce 0,865 cioè la formula E/P rilevata su Marte; 60,0° ovvero, l'angolatura in cui le quattro facce di un tetraedro regolare si pongono l'una rispetto all'altra. Infine tra i restanti valori ottenuti non va dimenticato quello di 49,6° cioè l'angolo anteriore di sostegno della piramide di D&M, nonché angolatura dell'asse dell'Avenue di Stonehenge. A questo punto ci viene fornita la dimostrazione pratica di come il crop circle definito "madre di tutti i pittogrammi", apparso a Barbury Castle, altro non sia che l'equivalente terrestre della piramide pentagonale di D&M su Marte. Piramide che, come è già stato sottolineato precedentemente, racchiude in se i valori numerici della geometria di Cydonia. Pertanto, come testualmente affermato da Hoagland: "La scoperta e la successiva verifica se la geometria di Cydonia si trovasse anche in mezzo ai cerchi nel grano, confermò un nostro insolito sospetto. Qualcuno che, evidentemente, si serve della stessa geometria di coloro che, mezzo milione di anni fa hanno marcato con figure e solidi geometrici straordinari, la regione di Cydonia, è finalmente sceso o ritornato sulla terra". La "misteriosa" perdita delle sonde Phobos Ulteriori indizi e nuove scoperte giunsero verso la fine degli anni ottanta ed anche attualmente, negli anni novanta. Nel mese di luglio del 1988 grazie ad una notevole partecipazione internazionale l'ex-Unione Sovietica inviò verso Marte due sonde denominate Phobos 1 e Phobos 2. Il compito principale di entrambe le missioni era di fotografare la superficie del pianeta, raccogliere dati e successivamente proseguire verso Phobos, una delle due lune di Marte. Sfortunatamente la prima sonda era sfuggita al controllo a causa di un errore d'immissione di dati nel computer di bordo. Phobos 2, invece, era riuscita ad arrivare sino a Marte, nel gennaio del 1989, ed a collocarsi nella sua orbita prima di trasferirsi in un'orbita parallela con la luna marziana. Infatti l'obiettivo principale era quello di sondare dettagliatamente la piccola luna con sofisticate apparecchiature, di cui alcune da collocare sulla stessa superficie. Tutto sembrava procedere regolarmente fino a quando la sonda non si allineò con il piccolo satellite. In effetti, il 28 marzo, il centro di controllo della missione sovietica annunciò di avere improvvisi problemi di comunicazione con la navicella. Gli stessi organi d'informazione sminuirono la gravità dell'evento affermando che si stava operando in tutti i modi per ripristinare i contatti con la sonda spaziale. Ma in realtà gli scienziati americani ed europei associati al programma vennero informati attraverso canali non ufficiali dell'effettiva natura del problema; fu detto loro che l'interruzione delle comunicazioni era stata causata da un errato funzionamento di un'unità di trasmissione. Il giorno successivo, però, mentre l'opinione pubblica veniva rassicurata che i contatti sarebbero stati ripristinati, un alto ufficiale della Glavkosmosa, l'agenzia spaziale sovietica, suggerì che in realtà non c'era nessuna speranza. La sonda Phobos 2 era al novantanove per cento persa definitivamente. A questo punto un alone di mistero iniziò a calare sull'intera vicenda, ma venne ben presto squarciato quando iniziarono a trapelare, agli organi d'informazione, determinate notizie. In particolare, il 31 marzo, un noto quotidiano spagnolo, tramite un suo corrispondente da Mosca, pubblicò un dispaccio decisamente sorprendente. Il testo affermava che: "il notiziario televisivo Vremya aveva rivelato, il giorno prima, che la sonda spaziale Phobos 2, che stava orbitando attorno a Marte quando vennero interrotti i contatti, aveva fotografato un oggetto non identificato sulla superficie di Marte qualche secondo prima di perdere il contatto. Inoltre, continua il testo, gli scienziati definirono inesplicabile l'ultima fotografia trasmessa dalla sonda, in cui si vedeva chiaramente una sottile ellisse. Il fenomeno, era stato detto, non poteva essere un'illusione ottica perchè registrato con la stessa chiarezza sia da obiettivi a colori che agli infrarossi. Una tale notizia aveva a dir poco dell'incredibile. Legittimi furono, a questo punto, i diversi interrogativi che nacquero in merito a tale dichiarazione. Quali immagini stava trasmettendo Phobos 2 quando si verificò l'incidente? Ma soprattutto, che cosa aveva causato la destabilizzazione della sonda, un'avaria tecnica o un agente esterno? Le risposte non tardarono ad arrivare. Un "fenomeno" sconcertante Pressate dai partecipanti internazionali alla missione, che chiedevano chiarimenti sulla vicenda, le autorità sovietiche fornirono la registrazione della trasmissione televisiva che Phobos 2 aveva inviato nei suoi ultimi istanti, tranne le ultime inquadrature, effettuate pochi secondi prima che i contatti si interrompessero. Tale sequenza mostrava due evidenti ed insoliti particolari o meglio ancora due "anomalie". La prima era una rete di linee diritte nella zona equatoriale di Marte, alcune erano brevi, altre più lunghe, altre sottili, altre abbastanza larghe da apparire come forme rettangolari incise sulla superficie. La sequenza televisiva era commentata in diretta dal dott. John Becklake, del Museo Scientifico Britannico, il quale descriveva il fenomeno come sconcertante. Difatti i disegni visibili sulla superficie marziana erano stati fotografati non con il semplice obiettivo ottico delle sonde, ma con l'apparecchio ad infrarossi. Quindi con uno strumento che fotografa gli oggetti utilizzando il calore che irradiano e non il solo contrasto di luci ed ombre che può agire su di essi. In poche parole la grande rete di linee parallele e di rettangoli, che copriva un'area di circa 600 Km quadrati, irradiava radiazioni termiche. Per di più era decisamente improbabile che potesse trattarsi di una sorta di irraggiamento naturale dovuto a geyser o a concentrazioni di elementi radioattivi sotto la superficie. In effetti sarebbe stato decisamente impensabile che un fenomeno naturale potesse produrre un disegno geometrico così perfetto. Inoltre, ad un ripetuto e dettagliato esame, il disegno appariva inequivocabilmente artificiale. L'unico punto scuro, per lo scienziato, era il non saper esprimere un parere sull'effettiva natura di tale formazione. Per quanto concerne la seconda anomalia, rilevata dalla sonda, questa mostrava una sagoma scura che poteva essere descritta come una sottile ellisse con i margini molto netti, appuntiti invece che arrotondati. Inoltre i margini invece di essere confusi risultavano perfettamente netti contro una specie di alone sulla superficie di Marte. Secondo il Dott. Becklake, l'ombra poteva appartenere solamente ad un oggetto collocato tra la sonda sovietica in orbita ed il pianeta. Difatti era possibile vedere l'ombra sulla superficie sotto di essa, inoltre l'oggetto era stato ripreso sia dalla macchina ottica che da quella agli infrarossi. Becklake spiegò che l'immagine era stata effettuata mentre la sonda si era allineata con Phobos ed aggiunse: "Hanno visto qualcosa che non avrebbe dovuto esserci, i sovietici non hanno ancora fornito l'ultima fotografia, e non possiamo immaginare di cosa si tratti". Tali fotografie non vennero rilasciate e pertanto, sul loro possibile contenuto, furono fatte solo ipotesi. Ma nel giugno del 1990 la pilota collaudatrice dottoressa Marina Popovich, durante una conferenza svoltasi in Germania, diffuse, ad alcuni ricercatori, diverse informazioni fatte trapelare dall'ormai ex-URSS. La Popovich affermò dell'esistenza del primo indizio certo della presenza di un'astronave madre extraterrestre nel nostro sistema solare. Inoltre, mostrò due fotografie, le ultime due famose istantanee scattate dalla sonda Phobos 2 prima di "sparire misteriosamente". Le foto mostravano sullo sfondo Phobos, la luna di Marte e, in primo piano, un oggetto di forma oblunga. Tale oggetto sembrava, per l'appunto, un'astronave gigantesca di forma cilindrica, lunga all'incirca 20Km e con un diametro di 1Km e mezzo circa. Un oggetto, che, lasciando dietro di se una scia, sembrava dirigersi proprio verso la sonda spaziale sovietica. Questa astronave madre, come l'ha definita Marina Popovich, venne fotografata il 25 marzo 1989 mentre era "collegata" o "parcheggiata" vicino Phobos. Ebbene proprio dopo aver trasmesso verso terra questo fotogramma, la sonda scomparve "misteriosamente". Secondo i sovietici, come se fosse stata distrutta o messa fuori uso da una sorta di impulso d'energia. Tale astronave poteva essere, secondo alcuni studiosi, l'insolito oggetto che nelle immagini precedenti, registrate dalla sonda, avrebbe proiettato ombra ellissoidale sulla superficie di Marte. Perciò, qualcosa di anomalo era stato rilevato nell'orbita di Phobos; la stessa sua superficie, inoltre, presentava evidenti "anomalie" che avevano lasciato a dir poco perplessi gli scienziati sovietici. In effetti Phobos ha delle caratteristiche particolari che, già in passato, hanno portato diversi scienziati a supporre che si potesse trattare di un prodotto artificiale. Una delle principali peculiarità di Phobos è il fatto che trasgredisce la regola propria di tutti gli altri satelliti del sistema solare, cioè quella di girare, attorno ai loro pianeti più lentamente di quanto i pianeti stessi ruotino sul proprio asse. La luna ad esempio, effettua un giro in un tempo in cui la Terra compie 27 rotazioni. Phobos, invece, effettua una vera gara di velocità con Marte; infatti il giorno sul pianeta rosso dura 24h e 37m, mentre la rivoluzione del satellite è di 7h e 39m. In effetti Phobos in tutto il sistema solare è l'unico satellite che presenti "l'anomalia" di una rivoluzione, come definiscono gli astronomi, retrograda. Inoltre, la luce prodotta dalla luna marziana è troppo forte e brillante per essere un riflesso di materiale roccioso, il materiale che, normalmente, compone tutti i satelliti. Gli astronomi hanno ipotizzato molto sulla possibile spiegazione di quella luce ed alcuni di essi hanno concluso che si tratta di materia metallica. Ora nessun corpo celeste ha una superficie metallica, ma ce l'hanno i vettori spaziali ed i satelliti artificiali. Guardando, inoltre, attentamente la superficie del satellite marziano non si può fare a meno di notare particolari solchi o segni di "strade" che proseguono dritti e quasi paralleli l'uno all'altro. La larghezza è quasi uniforme, tra i 230 e i 330 metri circa. La possibilità che questi "solchi" siano imputabili a fenomeni naturali, ad esempio scavati dall'acqua corrente o dalle raffiche di vento, è stata ampiamente esclusa, dato che su Phobos entrambe non sono presenti. Tali "solchi" sembra che conducano o si diramino da un cratere che copre più di un terzo del diametro di Phobos e i cui margini circolari sono così perfetti da apparire artificiali. Difatti gli stessi scienziati sovietici hanno supposto che ci fosse, in generale , qualcosa di artificiale in Phobos a causa della sua orbita circolare quasi perfetta attorno a Marte, così vicina al pianeta da sfidare qualsiasi legge del moto. VIDEO DI CYDONIA MarteMARTE
Pianeta esterno, è il quarto dal Sole. La sua distanza dalla Terra varia tra 55 e 101 milioni di km: tale distanza è minima durante le opposizioni che si verificano ogni 15-17 anni; l'ultima è stata quella del 28 settembre 1988 (Marte e la Terra si trovano in condizioni favorevoli per il lancio di una sonda spaziale ogni 26 mesi. Marte ha due satelliti Phobos e Deimos. Questi sono di forma molto irregolare e vi sarebbe possibilità che rappresentino i corpi maggiori di uno sciame di detriti prodotti e sollevati in passato dall'impatto di un asteroide di almeno 1800 km di diametro.
La superficie del pianeta assomiglia a quella dei deserti terrestri, il suo colore rosso è dovuto alla presenza di ossido di ferro. La temperatura superficiale media è di -55°C, ai poli raggiunge valori di -128°C mentre nelle regioni equatoriali sono possibili temperature di +30°C. L'emisfero nord è molto più liscio di quello sud che ha subito un bombardamento meteoritico in un ricco assortimento di crateri e di bacini d'impatto, il più vasto dei quali, Hellas, ha un diametro di 2000 km.
La differente storia geologica fra i due emisferi appare sottolineata, in corrispondenza dei loro margini d'accostamento, dalla presenza di un imponente sistema di faglie, fratture e canyons profondi alcune migliaia di metri e larghi fino a 75 km. Prima fra tutte la faglia cosiddetta Valles Marineris, impressionante frattura che si estende per oltre 5000 km con larghezze e profondità fino a 120 km e 6000 metri. I rilevamenti fotografici hanno rivelato la presenza su Marte di terreni di natura alluvionale sui quali compaiono le tracce di antichi depositi fluviali (i cosiddetti channels); gli stessi rilevamenti, in corrispondenza delle regioni polari, hanno posto in evidenza terreni incoerenti e caotici (resi tali da iterati fenomeni di glaciazione), e terreni lamellari dovuti a processi ricorrenti di deposizione di permafrost (sabbie intrise di ghiaccio e d'acqua).
Nel passato la pressione e la temperatura erano più elevate che al giorno d'oggi e tali da permettere la presenza di acqua liquida sulla superficie del pianeta. Erano presenti fiumi, laghi e probabilmente anche un oceano (battezzato Oceanus Borealis). Le sonde spaziali Viking 1 e 2 hanno analizzato chimicamente il suolo nei punti di atterraggio che risultano ricoperti da depositi sabbiosi ricchi di ferro (14%) e silicio (15-20%) e presentano tracce di vari altri elementi (Ca, Al, S, Ti, Mg, Cs e K). Sul pianeta non si sono invece trovate tracce di molecole complesse organiche, cosa che testimonierebbe l'assenza di tracce di vita.
Lo spirare dei venti si manifesta spesso in formazioni nuvolose di tipo ciclonico, così come appare nelle immagini inviate dalle sonde automatiche. La rarefazione atmosferica favorisce nei venti lo sviluppo di velocità dell'ordine dei 200 km/h, tali da dimostrarsi capaci di sollevare imponenti tempeste di sabbia che si rendono visibili anche nel corso di osservazioni dalla Terra.
VITA SU MARTE Foto NASA N° M08-04688, scattata dal satellite MOC ritrae la superficie di Marte ricca di vegetazione. Italiani, scoprono e resuscitano batteri extraterrestri. Lo studio svolto da un'equipe coordinata da Bruno D’Argegno, docente di geologia e Giuseppe Geraci, docente di biologia molecolare, ambedue dell’Università «Federico II» di Napoli in collaborazione con l'Istituto Geomare-Sud del Cnr di Napoli confermerebbe la teoria che la vita non sia nata sulla Terra. “Sono dei batteri e li abbiamo trovati in alcune meteoriti piovute dallo spazio - racconta D’Argegno - oltre che in numerose rocce terrestri dove credevamo non potessero esistere. Le meteoriti provengono dal Museo mineralogico della città, dove erano conservate da anni. Analizzandole abbiamo posto il materiale a contatto con una soluzione fisiologica. E’ allora ci siamo resi conto che i microrganismi diventano visibili e cominciano a muoversi”. Il DNA dei cryms, analizzato al Laboratorio di Biologia Molecolare dell'Università Federico II, ha evidenziato una sostanziale somiglianza con quello dei microbi attuali, che sono soltanto leggermente più grandi, ed hanno anche una sensibilità simile agli antibiotici. Inoltre, anche se sono necessarie altre analisi più approfondite, l’Agenzia Spaziale Italiana ha accettato i risultati. ”Siamo orgogliosi che l’Asi accolga questi importanti risultati - commenta Giovanni F. Bignami, astrofisico e direttore scientifico dell’Agenzia. Essi vanno ad avvalorare le vecchie teorie di Arrhenius e del celebre astronomo britannico Fred Hoyle, da sempre sostenitore dell’origine extraterrestre della vita sulla Terra. Una scoperta che diventa una fortissima base per rafforzare i programmi di esplorazione dedicati alla ricerca della vita su altri pianeti del sistema solare”. C’è, dunque, veramente vita nello spazio? È possibile. Scienza e tecnologia stanno facendo passi da gigante, cercando di arrivare ad una verità che, al momento attuale, è solamente percettibile nell’aria. Si tratta semplicemente di collegare per logica le scoperte degli ultimi tempi, come l’abile artista fa con i tasselli di un mosaico. Il 27 febbraio scorso, la Nasa, l’Ente Spaziale Americano, stupì il mondo confermando la possibilità della presenza di vita su marte dopo che un’equipe di ricercatori di tutto il mondo aveva effettuato diversi studi su dei frammenti del meteorite Allen Hill 84001 ritrovato in Antartide e proveniente dal pianeta rosso. Poi, a marzo, fu la volta delle immagini di Mars Global Survevor sonda americana in orbita attorno a Marte dal 1996, che identificarono sul Pianeta Rosso due vulcani, probabilmente, ancora attivi. Vulcani la cui opera trasformò il ghiaccio in acqua che l’elemento base per ogni genere di vita. Notizia confermata dalla Nasa Anche dalla Nasa, l’Ente Spaziale Americano, dopo che un’equipe di ricercatori di tutto il mondo ha effettuato degli studi su dei frammenti del meteorite Allen Hill 84001 ritrovato in Antartide e proveniente dal pianeta rosso. Lunghe catene di cristalli di magnetite, questa la prova che avrebbe condotto all’eccezionale scoperta. La magnetite è un minerale di ferro (Fe3O4) nero, con lucentezza metallica. Conosciuto come un forte magnete naturale che cristallizza nel sistema cubico, in masse granulari o in cristalli ottaedrici, esso ha una durezza compresa fra 5,5 e 6,5 e densità 5,2. Catene che, spiega Imre Friedmann, studioso del centro di ricerche Ames della Nasa, "hanno un'origine biologica" e che quindi possono essere state formate solo da organismi viventi perché "al di fuori" di una struttura organica. Queste, spiega il ricercatore americano, “si sarebbero immediatamente trasformate in un blocco a causa delle forze magnetiche". La grande somiglianza del cristallo con quelli terrestri formati da batteri, ha condotto gli scienziati del Johnson Space Center di Houston, a osare questa importante deduzione. È un fatto che permette di parlare "di un'antica forma di vita su Marte", aggiunge l'astrobiologa Kathie Thomas Keprta. La studiosa, per la quale la magnetite viene formata solo da batteri, sostiene che "se la vita è esistita un tempo su Marte dovrebbe esistere anche oggi". Non è la prima volta che si parla di tracce di vita su Marte. Circa un mese fa grazie ad alcune immagini sorprendenti rapite dalla telecamera di bordo della navicella spaziale Mars Global Surveyor, si registrarono nella superficie del pianeta interi blocchi di rocce sedimentarie disposte in terrazzamenti regolari, segno della presenza di antichi laghi nel pianeta rosso. E se c’erano i laghi, è molto probabile, allora, che ci fossero anche delle forme di vita. noltre, dalle notizie raccolte nella storia è opinione comune tra gli scienziati ritenere che, tre miliardi di anni fa, Marte assomigliasse molto alla Terra. Sono, infatti, diverse le analogie che lasciano credere questo, come ad esempio la durata del giorno e l'alternarsi di un ciclo di stagioni. Nuove prove di vita su Marte
Vulcani e ghiaccio sul Pianeta Rosso
C’è vita su Marte. Questa la straordinaria conclusione cui un’equipe di ricercatori di tutto il mondo arrivò, lo scorso febbraio, analizzando alcuni frammenti del meteorite Allen Hill 84001, ritrovato in Antartide e proveniente da Marte. A dar forza a questa eccezionale scoperta arrivano ore alcune analisi preliminari delle immagini inviate dalla telecamera che si trova sul Mars Global Surveyor, la sonda della Nasa che ha lasciato la Terra il 20 novembre del 1996 alla volta del quarto pianeta del sistema solare e che, da quel momento, è in orbita attorno a Marte per raccogliere dati sulla superficie e l'atmosfera del pianeta. Secondo Tracy Kregg, responsabile dell’equipe di geologi dell'Università di Buffalo che sta conducendo lo studio, due tra i più antichi vulcani del Pianeta Rosso, Tyrrhena Patera e Hadriaca Patera, rimasti attivi per oltre 3 miliardi e mezzo di anni, potrebbero aver fornito l'energia per sciogliere il ghiaccio che ricopre la superficie marziana. “Questi vulcani sono circondati da canali”, ha spiegato Gregg. “Tra tutti quelli che si trovano su Marte, sono i vulcani che ne hanno di più, ad indicare che nel corso della loro formazione lì c'era moltissima acqua”. Acqua proveniente dal ghiaccio disciolto dal calore delle eruzioni vulcaniche, pensano gli scienziati, che non escludono la possibilità che i due crateri siano ancora attivi. La presenza di acqua, ha ricordato Gregg illustrando i risultati dello studio a Houston, rappresenta la precondizione per l'evoluzione della vita. Per non parlare dei vulcani che sono la fonte di molti dei componenti chimici essenziali per lo sviluppo di forme organiche. STRUTTURE ARTIFICIALI Marzo 1996: Richard Hoagland, ex ricercatore Nasa, studiando le immagini del suolo lunare riprese dalla missione Apollo 10, rileva la presenza di tre strutture apparentemente artificiali, alle quali dà il nome di Shard, Tower e Castle, guglia, torre e castello. Giugno 1976: il Viking fotografa la superficie di Marte e individua una vasta formazione rocciosa strutturata in modo anomalo. Analizzandola, l’astronomo Tobias Owen rileva i tratti di un "volto". Febbraio 2000: la sonda Usa Near atterra sull’asteroide Eros fotografandovi strutture insolitamente geometriche. Giugno 2004: avvicinandosi a Phoebe, una delle lune di Saturno, la sonda Cassini immortala in un enorme cratere un oggetto quadrato al cui centro si osserva una formazione a sviluppo ellissoidale. Anomalie geologiche? Bizzarrie del suolo dovute a sommovimenti della crosta rocciosa? Oppure effetti di interventi non-naturali, e quindi artefatti, segnali lasciati nel cosmo come traccia per farci comprendere che siamo tutti proprietà di qualcuno. "La quantità d'acqua è superiore a quella che la maggior parte delle persone avrebbe mai pensato", ha dichiarato William Boynton dell'Università dell'Arizona che ha condotto gli studi e "si trova circa un metro sotto la crosta marziana". Come con l'acqua, la NASA impiegherà decenni prima di ammettere che su Marte esistono strutture edificate da intelligenze extraterrestre. Gli americani e russi d'accordo tra loro esercitano sui propri sudditi una disinformazione ormai patetica, dal momento che le popolazioni della terra in larga maggioranza hanno la piena consapevolezza della esistenza di altre civiltà oltre il nostro sistema, quindi i governi come avviene da alcuni decenni parlano da soli dato che le popolazioni sono molto più avanti di loro. La negazioni dei governi di negare la presenza passata, o presente di civiltà aliene su Marte o sulla Luna, non serviranno a dissuadere la popolazione mondiale per impedirci di scoprire una verità molto scomoda per loro dato che potrebbero perdere il controllo sulle popolazioni mondiale. Per quanto tempo ancora sarà possibile occultare la verità? Le foto sotto mostrano chiaramente l'esistenza di strutture edificate da una civiltà aliena sulla superficie di marte. (Foto prelevate dal sito della NASA)
Nelle foto si vedono chiaramente delle cupole
Nella foto a sinistra nel cratere è visibile una struttura artificiale.
Prova della vita su Marte Superfice marziana Abduction: il caso ZanfrettaIL CASO ZANFRETTA
Fortunato Zanfretta Nella tarda serata di mercoledì 6 dicembre 1978 la guardia giurata Pier Fortunato Zanfretta era in servizio su una “126” nell’area di Torriglia, un piccolo centro sulle alture dell’entroterra genovese. Faceva molto freddo e la neve caduta durante la giornata si era ormai trasformata in una pericolosa lastra di ghiaccio che invadeva buona parte dell’asfalto. Zanfretta procedeva lentamente cercando, per quanto possibile, di evitare i punti dove la luce ne denunciava la presenza. Del resto l’uomo era abituato sia al clima rigido dei monti sia alle insidie della zona che negli ultimi due anni aveva imparato a conoscere. Quella notte, però, sarebbe stata diversa, anche se fino a quel momento egli non lo sospettava neppure. Erano le 23.30 quando Zanfretta imboccò la deviazione che dalla statale 45 conduce a Marzano. Il metronotte percorse la stradina che porta al centro del paese e da qui, continuando, si diresse verso la villa «Casa Nostra» del medico dentista genovese Ettore Righi. La notte era buia e senza luna, ma il cielo stellato rendeva meno tetro il brullo paesaggio dell’appennino ligure. Dopo circa un centinaio di metri la guardia giurata si lasciò alle spalle l’ultima casa e si ritrovò di nuovo solo in aperta campagna. Era quasi arrivato quando, poco prima dell’ultima curva, il motore e i fari della “126” si spensero. “Ma che succede?”, mormorò sorpreso. Fu proprio mentre metteva piede a terra che vide distintamente nel giardino della villa quattro luci che si muovevano. Allora, dimenticando l’improvviso guasto all’impianto elettrico che lo aveva fatto fermare, prese in mano il microfono della radio per comunicare alla centrale operativa dell’istituto di vigilanza, ciò che si accingeva a fare. “Canguro dalla 68, canguro dalla 68 — chiamò - mi porto dentro la villa: ci sono dei ladri”. Ma la centrale non rispose: anche la radio non funzionava. Impugnò quindi la sua Smith & Wesson calibro 38 special e, con la pila spenta nella sinistra, si avviò cautamente verso la villa. Il cancelletto del giardino e la porta d’ingresso erano aperti. Zanfretta entrò, si appiattì di schiena contro il muro perimetrale e pian piano si avvicinò all’angolo. Voleva sorprendere i ladri, evidentemente. Ma grande fu invece il suo stupore quando si sentì toccare le spalle. Rapido si voltò con la pila accesa e la pistola spianata, pronto a far fuoco, se fosse stato il caso. E del resto non sarebbe stata la prima volta. Ma il fascio di luce non illuminava un ladro. Interrogato la mattina dopo dal brigadiere dei carabinieri Antonio Nucchi, comandante della stazione di Torriglia, Zanfretta raccontò tremando di aver visto “un essere enorme, alto circa tre metri, con la pelle ondulata, come se fosse grasso o avvolto in una tuta molle, comunque grigia, occhi gialli a triangolo, vene rosse sulla testa, orecchie a punta e mani con dita dalle unghie rotonde”. Terrorizzato, lasciò cadere la pila. Poi la raccolse e fuggì a gambe levate verso la “126”. Sempre in preda al panico, afferrò convulsamente il microfono. “La prima chiamata - ricorda Carlo Toccalino, operatore di turno quella notte - l’ho ricevuta soltanto verso mezzanotte e un quarto. Zanfretta urlava e diceva continuamente ‘Mamma mia, quant’è brutto’. Io allora gli ho chiesto se lo stessero aggredendo e lui di rimando: ‘No, non sono uomini, non sono uomini...’. A questo punto la comunicazione si è interrotta». Mentre l’uomo urlava alla radio, improvvisamente una grande luce triangolare si alzò da dietro la casa. Zanfretta poi la descriverà come un disco luminosissimo più grande, in lunghezza, della stessa villa. La luce lo abbagliò a tal punto che dovette ripararsi gli occhi con il braccio. Sentì dunque un grande sibilo e, con un’accelerazione fantastica, il velivolo si perse nel cielo. Sul terreno dove il misterioso oggetto si sarebbe posato, i carabinieri scoprirono poi una grossa impronta semicircolare che nel loro rapporto definirono come “il segno lasciato da un elicottero o qualcosa di grosso che si è posato sul prato adiacente alla casa”. Zanfretta, comunque, svenne. I suoi colleghi lo ritrovarono dopo oltre un’ora accanto alla villa, in forte stato di choc. Mentre lo portavano via continuava a dire: “Li ho visti, li ho visti”. E non fu il solo. Perché i carabinieri, durante la loro inchiesta, trovarono altri 52 testimoni i quali confermarono che a quell’ora, e in quella zona, notarono un grosso oggetto volante di forma piatta e triangolare, emanante un’intensa luce variante dal bianco al rosso. Venerdì 8 dicembre il quotidiano Il Secolo XIX usciva con un titolo a sei colonne: “Incontri ravvicinati a Torriglia”. E fu così che il mondo venne a conoscenza della vicenda del “metronotte che aveva visto gli Ufo”. Ovviamente non era facile prendere sul serio la storia dell’ ”extraterrestre alto tre metri”. Tuttavia, se si fosse voluto realmente archiviare l’episodio, sarebbe stato il caso di fornire una spiegazione logica ad almeno tre cose: lo stato di shock del metronotte, la grossa impronta trovata accanto alla villa, le testimonianze di 52 persone. Zanfretta in seguito si sottopose a ipnosi regressiva,siccome l'ipnosi è infatti uno dei metodi più usati per far rivivere passate esperienze, dissociando il lato cosciente dell’individuo. Così la sera del 23 dicembre era già sdraiato e ipnotizzato sul lettino di pelle del medico genovese Mauro Moretti. Il risultato di quella seduta, registrata su nastro, fu sconcertante. Ad un certo punto Zanfretta cominciò ad ansimare: riviveva il momento in cui entrò nel giardino della villa. Zanfretta: “Chi c’è? Che succede? Mamma...”. Moretti: “Cosa c’è? Mi racconti. Io sono qui con lei e non può accaderle nulla. Mi racconti cosa vede”. Zanfretta: “Madonna... Perché dovrei venire con voi? Cosa volete farmi? Cosa sono tutte quelle luci? Non voglio. Voi non siete esseri umani, via! Cosa mi mettete sulla testa? Via! Non voglio... Lasciatemi stare...”. Appare chiaro che il metronotte sta parlando di particolari che gli sono ignoti allo stato cosciente. Sta dicendo in sostanza di essere stato prelevato e portato in un luogo luminoso e caldo dove lo hanno interrogato e esaminato. Zanfretta: “Non voglio che tornate. Non posso dirlo? Si…farò come voi volete… Datemi una prova... Non mi crederanno... Quante luci... Via! Via! Via quel coso dalla testa. Aspetterò che tornate... Che caldo. Via quel coso dalla testa... Via! Siete dei mostri... Voglio andare a casa. La mia pila…”. Zanfretta, dunque, raccontava di essere stato rapito. Le rivelazioni involontarie del metronotte mi sembravano troppo irreali per essere prese in considerazione. In seguito Zanfretta sparì di nuovo. Era la notte tra il 27 e il 28 dicembre. “Sono avvolto da una fitta nebbia e non vedo più nulla - urlò il metronotte per radio -la macchina sta andando da sola e acquista velocità. Non so cosa fare”. Erano le 23.46. Quattro minuti dopo Zanfretta chiamò di nuovo. Questa volta la sua voce era calma, quasi ubbidiente. “La macchina si è fermata - disse -, vedo una gran luce. Ora esco”. Le ricerche furono ostacolate dalla nebbia e dalla pioggia che in quel momento gravavano sulla zona. La “127” su cui viaggiava Zanfretta fu comunque ritrovata dopo oltre un’ora su uno spiazzo della strada di montagna che porta all’abitato di Rossi. Il primo a vedere Zanfretta fu il brigadiere Travenzoli. Tremava e piangeva. “Dicono che mi vogliono portare via - diceva -. Che ne sarà dei miei bambini? Non voglio, non voglio...”. Stranamente, nonostante la pioggia e il freddo, il metronotte aveva il viso e gli abiti asciutti. “Dal naso in su - spiegò Travenzoli - era caldissimo. Le orecchie erano rosso fuoco”. Inoltre, il tetto della «127» su cui viaggiava Zanfretta, scottava come se fosse stato sottoposto ad un forte calore. Accanto all’auto, chiarissime, alcune orme gigantesche, a suola concava, lunghe oltre 50 centimetri. Tutti questi elementi fecero poi parte del “Rapporto informativo circa l’avvistamento di oggetti volanti non identificati (Ovni) ed umanoidi da parte di Zanfretta Fortunato” che il brigadiere Nucchi il 3 gennaio 1979 inviò alla Pretura unificata di Genova perché venissero presi provvedimenti. Il rapporto finì sul tavolo del sostituto procuratore della Repubblica Luciano Di Noto, che lo passò, per competenza, al giudice istruttore Gian Rodolfo Sciaccaluga. Da qui esso raggiunse il giudice Russo che l’11 gennaio 1980, un anno dopo, lo fece archiviare con il numero di registro 203 per “mancanza di estremi di reato”. Del resto lo stesso comando dei carabinieri aveva già provveduto ad informare il ministero dell’Interno e gli alti comandi militari con due telex spediti rispettiva- mente 1’8 dicembre e il 28 dicembre 1978. Nei messaggi il grado di attendibilità degli eventi descritti veniva definito “buono”. Dopo il secondo “incontro ravvicinato” qualcuno cominciava a pensare che, nonostante gli interrogativi emergenti dalle avventure notturne (orme gigantesche, lamiera dell’auto calda, eccetera), fosse il caso di accertare se Zanfretta fosse in condizioni di mente “normali” oppure no. E’ per questo che l’istituto di vigilanza lo mandò ripetutamente dal professor Giorgio Gianniotti, libero docente in neurologia, specialista in malattie nervose e mentali, vice-primario neurologo presso l’ospedale genovese di S. Martino. Il 31 gennaio 1979 il professor Gianniotti rilasciò il seguente certificato: “Su richiesta della direzione dell’istituto di vigilanza da cui dipende, ho visitato in data 28 e 30 dicembre 1978 il signor Zanfretta Fortunato, anni 26, di professione vigile giurato, che mi viene rinviato in data odierna per essere sottoposto nuovamente a visita neuropsichiatrica. Come nelle due precedenti visite, ho trovato il signor Zanfretta in perfette condizioni psichiche e neurologiche. Il paziente non presenta alterazioni del pensiero né disturbi psicosensoriali, e normale è la sua capacità volitiva e logico–critica”. Il certificato redatto dal professor Giannotti così concludeva: “Ritengo pertanto lo Zanfretta idoneo al suo lavoro in modo incondizionato, e non abbisognevole di periodo di osservazione né tanto meno di consigli terapeutici”. L’opinione del professor Gianniotti ebbe molta eco sia tra il pubblico sia tra le forze dell’ordine. Intanto il “caso” usciva dai confini genovesi. Enzo Tortora, allora conduttore di “Portobello”, volle Zanfretta in trasmissione. Se lo portò anche due volte ad “Antenna Tre” scomodando per lui un personaggio come Cesare Musatti, l’ottuagenario padre della psicanalisi italiana. Musatti, dopo aver assistito ad una ipnosi in diretta davanti alle telecamere, disse che, per lui Zanfretta era in buona fede anche se era difficile distinguere la realtà oggettiva da quella soggettiva. Contemporaneamente, anche la stampa straniera si interessava al metronotte: il settimanale popolare statunitense a più vasta tiratura (5 milioni di copie) “National Enquirer” gli dedicò tre articoli e una copertina. E’ in questo clima che la sera del 30 luglio 1979 il metronotte rimase vittima di una terza “abduction”. Questa volta era di servizio su uno scooter nella zona di Quarto, a Genova. Sui monti, visti i precedenti, ormai non lo mandavano più. Tuttavia sparì di nuovo e lo ritrovarono, dopo oltre due ore, sulla cima del monte Fasce, alle spalle di Genova. Dal momento che l’unica via di accesso al monte era pattugliata, e di lì Zanfretta non era passato, ci si chiedeva come avesse fatto ad arrivare fin lassù. La risposta venne cercata nell’ipnosi. Questa volta venne condotto presso il Centro internazionale di ipnosi medica e psicologica di Milano dove il professor Marco Marchesan, su richiesta dello stesso Zanfretta, lo sottopose al Pentotal, e cioè il siero della verità, in risposta ad alcune polemiche nate sull’uso dell’ipnosi. Zanfretta non solo confermò tutto ciò che aveva detto, ma disse anche che l’ ultima volta era stato “sollevato” da una luce verde che lo aveva trasportato sull’ “astronave degli alieni”. Ma le sue avventure non erano ancora finite. Alle 22.30 del 2 dicembre 1979 scomparve nuovamente mentre si trovava a bordo di una “Mini” alla periferia di Genova. In quell’occasione altre quattro guardie giurate videro distintamente l’Ufo. Infatti, da una nuvola ferma in cielo, si accesero improvvisamente due fari che illuminarono i metronotte alla ricerca del loro collega. L’episodio avvenne sui monti vicino a Torriglia. Il tenente Giovanni Cassiba, caposervizio dei metronotte, scaricò il caricatore della sua pistola contro i fari. Nella successiva ipnosi Zanfretta raccontò ancora una volta di essere stato rapito e trasportato a bordo del “disco volante” con tutta l’auto. Qui, parlando con i suoi misteriosi interlocutori, ad un certo punto disse: “...Dove siete andati? E a far che cosa sopra la Spagna? Perché? Ma tutti assieme? Belin, ma spaventate la gente!”. L’indomani mattina, martedì 4 dicembre 1979, il servizio internazionale dell’Ansa trasmise a tutte le redazioni dei giornali italiani il seguente flash: “Guadalajara (Spagna) - Un veterinario spagnolo ha affermato di essere stato seguito da un oggetto volante non identificato (Ufo) mentre si trovava al volante della sua automobile su una strada vicina a Guadalajara, ad una cinquantina di chilometri da Madrid. Secondo la sua testimonianza Alfredo Sanchez Cuosta ha avvistato, nella notte tra sabato e domenica scorsi, un Ufo che ha seguito la sua vettura, quindi l’ha superata per porsi una quindicina di metri al di sopra di essa. Accecato dal forte bagliore giallo, proveniente dall’apparecchio, Sanchez ha perduto ad un certo punto il controllo del veicolo che è uscito di strada. Secondo il veterinario, l’Ufo si allontanava dal percorso seguito dall’automobile quando questa attraversava i villaggi”. Conferma o coincidenza? Il dubbio rimane. Zanfretta scompare un’altra volta il 14 febbraio 1980. Questa volta, però, la sua auto era sotto controllo e lo ritrovarono quasi subito. Quella notte volli partecipare anch’io alle ricerche, e così fui presente quando lo ritrovarono, ormai mezzo assiderato, sul ciglio di un burrone in stato di choc. Ci furono testimoni. Un contadino che abita nei pressi raccontò di aver visto una grossa massa luminosa “simile ad un pallone di rugby”. L’ipnosi riservò altre novità. Infatti, tra la meraviglia dei presenti, ad un certo punto il metronotte, in ipnosi profonda, cominciò a par lare una lingua sconosciuta: “Ei chi snaua. . . si naila. . . isne ghe... il se lai... go che ti snau exi che... sci nis che ixi kai snode. . . chisnauag the. . . aiex piscinau kep na... tei sdei...”. L’ultima scomparsa “ufficiale” di Zanfretta risale al 13 agosto 1980. Ma anche questa volta era talmente guardato a vista che non riuscì ad “incontrare” i suoi interlocutori. Interrogato in continuazione dal dottor Moretti, Zanfretta rispose in questo modo: “Domanda con risposta negativa, tixel”. Ed inutile si rivelò ogni sforzo di andare oltre: la guardia giurata era ormai assolutamente fuori da ogni controllo ipnotico. In seguito alle sue avventure notturne, il questore di Genova sospese senza ufficiale motivazione il porto d’ armi a Zanfretta. Glielo dovrà rendere quando Zanfretta si rivolgerà ad un avvocato. Ma ormai il metronotte è stanco. Con i capelli ingrigiti nel giro di pochi mesi, il 10 dicembre 1982 Fortunato Zanfretta lascia l’istituto di vigilanza per il lavoro più tranquillo di magazziniere. Però dopo qualche tempo avverte la nostalgia per il suo vecchio mestiere, e il primo dicembre 1983 indossa nuovamente la divisa dei metronotte nello stesso istituto. Ma di Ufo non vuole più parlare, né sentir parlare. Impronta Rapporto dei carabinieri Abduction: il caso John VelezABDUCTION: IL CASO JOHN VELEZ
John Velez
John Velez, un pittore statunitense, descrive le sue esperienze. "Ho visti tre tipi differenti di Alieni. I piccoli esseri Grigi sono alti da 90 centimetri a un metro e dieci. La loro testa è a forma di pera rovesciata, con il mento appuntito e grandi occhi neri che girano lateralmente sulla testa. Il corpo è sottile, magro, le braccia sembrano quasi di gomma. Non come le articolazioni di un bambino o qualcos’altro di umano. Sono davvero molto esili. Una seconda tipologia di alieni è ancora più minuta: sono alti forse 60 centimetri ed indossano indumenti grezzi, sembrano fatti di iuta... ed hanno la pelle blu, o a volte porpora, comunque è molto scura (di solito vengono definiti Java, ndr.). C’è poi una terza versione, più alta, dei Grigi descritti prima, esseri dai grandi occhi, normalmente adibiti alle procedure mediche. Sono questi ultimi, se si tratta di stabilire contatti in forma di comunicazione, ad incaricarsene. Del loro aspetto ti colpiscono gli occhi. Loro parlano con gli occhi. Se li guardi negli occhi, ti ci puoi perdere. Sono molto profondi, e ti parlano. I loro occhi parlano. Comunicano con te tramite lo sguardo. Nel comunicare, si avvicinano molto a te. Sino a pochi centimetri dal tuo viso, il loro volto è là. E i loro occhi sono tutto quello che vedi, ne avverti lo sguardo. Voglio descrivere una mia esperienza recente: era sera, stavo facendo ritorno a casa. Vidi una strana luce sopra un palazzo, che sparì dietro i tetti. Accingendomi ad uscire dall’edificio mi assalì una sensazione di paura e di paranoia. Mi sentivo come se da un momento all’altro qualcuno o qualcosa stesse per saltare fuori da un cespuglio e aggredirmi o ferirmi in qualche modo. Mi trovavo ormai a tre o quattro metri dal portone di casa, quando da dietro alcune piccole siepi che la costeggiavano, vidi sbucare tre o quattro piccoli esseri che si posizionarono proprio di fronte a me, in modo che potessi vederli. La mia prima reazione fu di confusione. Non sapevo cosa stessi guardando. Forse, qualche strano tipo di animali, forse gatti senza pelle. Non riuscivo a farmene una ragione, a capire. Ma quando realizzai che non erano alcunché di umano, il panico mi pervase, così intensamente da impedirmi di respirare o di muovermi. Non saprei dire se la paralisi che provai fosse provocata da loro mentalmente o se fu solo causata dalla mia paura, fatto sta che non mi potevo muovere. Ma è normale che i primi momenti di esperienze simili generino una confusione iniziale, quindi shock, paura e terrore. Poi una calma olimpica scende su di te. Diventi molto calmo. E provi la sensazione di riconoscerli. Ricordai di averli già visti in precedenza e tutta la paura venne spazzata via. Una volta venni prelevato dal mio letto una notte. Mi portarono fuori di casa. Quegli esseri avevano letteralmente la capacità di attraversare muri, porte, oggetti solidi. Non so se grazie a qualche tipo di apparecchio o cos’altro, ma possono attraversare gli oggetti. E quando attraversammo il muro posteriore della mia casa, riguadagnai momentaneamente il mio normale stato di coscienza e iniziai a combatterli con tutta la forza che avevo. Ero in uno stato di puro terrore e panico. Gli urlavo contro: "Questo è reale! Voialtri siete veri! Tutto questo sta accadendo davvero!" E uno dei piccoli esseri che vi ho descritto prima, quelli con la pelle blu, tirò fuori quella che sembrava una specie di antenna chiusa telescopica (come quelle delle automobili), e con essa mi toccò la fronte. Ne uscì una luce accecante. Tutto il mio corpo divenne flaccido e molle e persi ogni capacità di reazione. Ma per quei pochi istanti fui lucidissimo e cercai di lottare. Erano davvero molto forti. Non riuscii a scappare, né a fargli male in alcun modo. Poi tirarono fuori una specie di "pungolo da bestiame" per umani, che era un giocattolino davvero pratico... Abduction: il caso Kelly CahillABDUCTION: IL CASO KELLY CAHILL
Kelli Cahill
Kelly Cahill è una donna australiana dal carattere forte, che l'otto Agosto 1993 subì una tramuatica esperienza di abduction. Era sera e Kelly con il marito Andrew stava tornando a casa dopo una visita ad amici. Attraversavano in auto la località di Eumemmerring Creek, a Belgrave, Victoria, circa trenta miglia fuori Melbourne. All'epoca Kelly aveva 25 anni e Andrew 31. Dietro di loro, ad una distanza di circa 100 metri, avevano notato la presenza di altre due macchine. Verso mezzanotte, i coniugi Cahill e gli occupanti degli altri veicoli osservarono delle strane luci, alte almeno il doppio degli alberi, che sembravano librarsi a circa 400 metri da loro. Guardando più attentamente, si accorsero che c'erano delle sagome all'interno delle luci. Kelly disse: "Guarda, ci sono delle persone là dentro." Dopo un attimo le luci si spensero e scomparvero in una manciata di secondi a est di Melbourne, o almeno così sembrò.
I fatti in realtà erano andati molto diversamente. Fu Kelly la prima ad accorgersi del Missing Time: sembravano essere passati solo dei secondi, ma Kelly ricordava bene che la prima volta che videro le luci la loro auto viaggiava a 110 Km orari, e subito dopo, quando gli oggetti sparirono, stavano marciando a soli 40 Km orari. Inoltre giunsero a casa alle 2:30, ed erano partiti alle 11.45. Di solito impiegavano circa 90 minuti per coprire quel tragitto. La sera stessa Kelly cominciò a perdere sangue dall'area vaginale (il suo ciclo mestruale era finito una settimana prima) e tanto copiosamente da dover mettere i propri vestiti a lavare. Mentre si svestiva Kelly si accorse con stupore di avere un segno triangolare rosso proprio sotto l'ombelico (il segno scomparve dopo alcuni mesi, ma la cicatrice rimane tuttora). Kelly cominciò a sospettare che tutto fosse connesso con il suo avvistamento, ma dato che aveva sofferto di problemi ginecologici fin dall'età di 16 anni, decise di non rivolgersi al proprio dottore. L'emorragia tuttavia continuò per circa tre settimane, al che Kelly si decise ad andare all'ospedale. Visti i sintomi i dottori pensarono che fosse incinta, ma i test risultarono negativi, e alla fine conclusero che aveva un'infezione all'utero. Anche il marito Andrew era turbato e benché continuasse ad insistere che non era accaduto nulla, alla battuta scherzosa di un amico sugli UFO rispose scuro in volto: "Non parleresti così se avessi visto quello che abbiamo visto Kelly e io!" Poco tempo dopo, ripercorrendo casualmente la stessa strada che era stata teatro dell'avvistamento, Kelly ebbe dei flashback. La sua mente si sbloccò e poco dopo iniziò a ricordare tutto spontaneamente, ricostruendo l'accaduto. Quella notte Andrew aveva accostato la macchina al lato della strada e Kelly scese, cominciando a camminare verso l'UFO, che era atterrato in un campo vicino. L'oggetto aveva un diametro di circa 50 metri e emanava una luce blu ventralmente e di fronte. A quel punto Kelly notò due persone che attraversavano la strada, provenienti da una macchina posteggiata. Dopo pochi secondi, dall'UFO uscì un essere scuro, allampanato, alto circa due metri e dalla testa insolitamente grande. Kelly pensò che fosse possibile comunicare in qualche modo, ma qualche secondo dopo udì una frase (forse proveniente dall'essere alto), che suonava come "uccidiamoli" e fu presa dal panico. Arrivarono sette o otto altri esseri simili al primo, e Kelly avvertì delle ondate di energia in tutto il corpo. Cominciò ad urlare: "Loro...non hanno l'anima!" e solo allora gli occhi degli esseri divennero visibili: erano grandi, rotondi e rossi. Le entità "scivolarono" rapidamente sulla strada e si divisero in due gruppi: il primo si diresse verso gli altri testimoni, il secondo si mosse in direzione di Kelly e Andrew. All'improvviso lei avvertì un forte colpo allo stomaco e cadde supina sull'erba. Si mise seduta e prese a chiamare Andrew ad alta voce, scoprendo allibita di aver perso la vista. Cominciò a vomitare violentemente e avvertiva dei fischi nelle orecchie. Apparentemente le entità informarono Kelly (verbalmente) che non le avrebbero fatto del male, al che Andrew replicò: "E allora perché l'avete colpita?". Dopo qualche istante svenne e quando riprese i sensi era ancora cieca. La paura cedette il posto alla rabbia e si mise ad urlare "in nome di Dio...". L'ultima cosa che rammenta era di essere nuovamente seduta in macchina.
Decisa ad andare a fondo della questione, in Ottobre Kelly riuscì a contattare John Auchettl, uno dei ricercatori UFO più stimati di tutta l'Australia. Kelly e Auchettl si incontrarono e dopo che la donna gli espose l'accaduto, Auchettl la sorprese, affermando che la sua esperienza non era poi così rara. Le ricerche seguenti di Auchettl rivelarono che il luogo dell'abduction si trovava sulla statale Belgrave-Hallam. Furono eseguiti dei test chimici del suolo in quella zona, che confermarono l'avvenimento. Erano presenti dei segni sul terreno lasciati probabilmente dai tre sostegni (tripode) dell'oggetto; e i livelli di magnetismo del luogo del presunto atterraggio erano superiori a quelli naturali, mentre il suolo era stato compattato. Auchettl scoprì che il terreno in questione aveva subito un forte disidratamento, cosa che indicava un brusco aumento di calore. Kelly era più che sicura che anche altre persone si trovavano sul posto al momento dei fatti, così Auchettl mise degli annunci sui giornali, invitando tutti quelli che credevano di aver visto un UFO a telefonargli. Ricevette molte chiamate, ma nessuna connessa al caso di Kelly, fino al 17 Novembre 1993 quando gli giunse conferma che altre tre persone si trovavano lì, quella notte. I coniugi Jane e Bill (che omettono il cognome) e la loro amica Glenda affermavano di aver viaggiato sulla statale Belgrave-Hallam l'otto Agosto 1993 e di aver visto un oggetto simile a quello segnalato da Kelly. Avevano fermato la macchina e videro numerose entità nel campo ed un'altra macchina dietro di loro. Bill (come Andrew) aveva pochissimi ricordi dell'avvenimento e non voleva rivelare la propria identità ai giornali, per timore di perdere il posto di lavoro. Si scoprì che anche questo gruppo arrivò a casa con circa due ore di ritardo, un vuoto temporale di cui non avevano alcun ricordo. Glenda e Jane ricordarono di aver visto un UFO nel campo, la macchina di Kelly e un'altra vettura dopo la loro (la terza), con un uomo alla guida. Una volta scesi dalla macchina, Bill, Glenda e Jane si incamminarono verso l'UFO. Descrissero un grande oggetto appoggiato a terra su tre sostegni e diverse entità scure tutte intorno, mentre si poteva sentire un forte suono ronzante. Poi il nulla. Le donne ricordavano solo di essersi risvegliate in macchina. Auchettl sottopose allora i tre testimoni ad ipnosi regressiva. Le donne ricordarono di essere state legate ad un tavolo e di un'entità che stava loro a fianco, poi delle creature le settoposero ad un esame vaginale con degli "strumenti". Pur separate, le testimonianze delle due donne coincidevano su un fatto: si erano sentite in pericolo. Bill non fu in grado di fornire alcuna informazione, sebbene ricordasse che attorno a lui c'era "molta attività". Dopo l'evento Glenda scoprì un brutto ematoma da legaccio sulla caviglia e decise di andare dal medico. Le due donne riscontrarono tre punti rossi all'interno delle gambe e un segno triangolare rosso sotto l'ombelico. Fecero una foto alla lesione di Glenda, mentre Bill riscontrò la perdita di un cerchio perfetto di capelli sulla nuca, subito dopo l'evento. I Cahill decisero di mettere tutto per iscritto, omettendo però alcuni particolari e in breve Kelly e la sua storia attirarono l'interesse dei ricercatori australiani. Tra i ricordi di Jane emergeva spesso quello di un "drago rosso fluorescente passatole vicino nell'oscurità". Auchettl tenne questo particolare segreto fino all'Ottobre 1996 e inoltre non fece incontrare i vari testimoni fino al Giugno 1994. Ma il primo Ottobre 1996, durante un'intervista al periodico australiano Who, Auchettl e Kelly fecero cenno alla terza macchina e all'uomo alla sua guida. Dopo qualche tempo, il giornalista ricevette una lettera dalla moglie del presunto conducente dell'auto in questione, contenente dettagli sul caso che andavano oltre la semplice coincidenza. Tra l'altro, la signora (rimasta anonima) diceva: "So che non c'è modo di provare la presenza di mio marito sul luogo, ma posso fornire un particolare: sulla parte posteriore destra della macchina di mio marito (una 4X4, N.d.R.) è montata una ruota di scorta, protetta da una copertura di tela, su cui spicca un disegno, dipinto con materiale riflettente rosso, a forma di drago, l'ho fatto io a mano e non si trova in commercio, è unica. Potrebbe chiedere ai testimoni se l'hanno notata?" È chiaro che si trattava proprio dello stesso drago visto da Kelly Cahill, un dettaglio che allora non era ancora noto. L'automobilista non si fece mai vivo: impiegato presso il Victorian Government Law Department (Dipartimento Legale dello Stato di Victoria, N.d.R.), preferì mantenere l'anonimato. Benché si continui a parlare principalmente di casi di IR4 con soggetti prelevati dalle loro stanze da letto, le esperienze notturne, per strada o a bordo di un'auto, sono frequenti. Vale rammentare i casi di Barney e Betty Hill, di Travis Walton, o dell'italiano Fortunato Zanfretta, avvenuti in condizioni simili. Nel caso Cahill, tutti i testimoni avevano subito un'esperienza traumatica e una parziale perdita di memoria. Il libro in cui Kelly ha raccontato la sua esperienza, Encounter, è stato accolto molto favorevolmente nel suo paese. Kelly ha iniziato a occuparsi di ricerche UFO. Crop circle e simboli indiani SIMBOLI DEGLI INDIANI D'AMERICA
E CROP CIRCLES Vorrei iniziare questa mia ricerca citando un celebre detto Indiano che dice: Queste poche righe potrebbero essere interpretate in diversi modi, ma sicuramente l’obiettivo, il messaggio principale è quello di proteggere ed amare tutto ciò che ci circonda… la vita sul nostro pianeta.
Per gli Indiani rappresenta l’energia che forma la materia, e si riferisce sia all’energia spirituale sia a quella fisica.
Troviamo poi il cerchio: anche questo un simbolo spesso usato dagli Indiani, con significati differenti…
Il cerchio più piccolo rappresenta la luna, mentre quello più grandee bianco rappresenta lo spirito ed in alcuni casi è utilizzato per indicare la mascolinità, quindi, la famiglia. Mentre, il terzo cerchio è usato per indicare la femminilità con all’interno il seme maschile, quindi unione, alleanza.
Come si può notare nelle due foto sopra, nei simboli rappresentati sono presenti tutti questi elementi: la linea ondulata , il cerchio piccolo, sulla sinistra. Mentre, sulla destra, in quello grande con all’interno dello stesso un altro più piccolo, troviamo anche un piccolo triangolo, simbolo spesso usato dagli Indiani e che ora andiamo a vedere.
Fra i vari simboli Indiani né troviamo alcuni un pochino più “complicati” come per esempio l’unione fra le linee e il cerchio.
Per spiegare meglio il tutto, prendiamo come esempio la prima figura, il primo simbolo in alto. La parte sinistra indica una spirale con 4 cerchi, mentre nella spirale di destra se ne vedono solo 2. Ciò significa che la tribù aveva compiuto quattro rotazioni nello spazio nel viaggio di andata. Mentre, al ritorno, solo due.
Quindi, se i Maya sono spesso collegati ai crop circles grazie ai simboli, perché non farlo anche con gli Indiani d’America ?
Che dire di più?
- Il numero 3, il triangolo, quindi la Trinità, principio, mezzo e fine; Vorrei terminare con un breve passo tratto dal "Mito della Creazione del Mondo" presso i popoli Indiani.
La pista di NazcaLA PISTA DI NAZCA
l cielo è terso, quasi metallico nella sua purezza azzurra. Le precipitazioni sugli altipiani sfiorano lo zero, e le nubi appaiono raramente.
Rette apparentemente infinite solcano il terreno come incisioni sacre, o come graffi lasciati da enormi artigli. L’aria è secca e l’altitudine rende pesante il respirare per chi non è del luogo. Il sole, alto nel cielo, brucia la pelle, ma basta rifugiarsi in una zona ombreggiata e fa freddo d’improvviso. Quasi un paesaggio lunare o marziano, quello di Nazca, in Perù. Solo la Terra ed il Cielo. Enormi, infiniti, immanenti, spietati. Come le sue temperature. In questo scenario da “altro mondo”, appaiono delle linee di proporzioni ciclopiche. Secondo gli studiosi non sono state arate con l’ausilio di animali, ma scavate a mano e rimaste intatte nei secoli grazie alle straordinarie caratteristiche climatiche del luogo. Le figure incise, se si escludono complesse immagini geometriche, rappresentano quasi sempre animali, di tutti i generi e grandezze. Un ragno, uccelli di diverso tipo, una scimmia, un serpente, una balena, un lama, una lucertola, un fiore e un uomo. Alcuni sono davvero enormi: la lucertola per esempio misura 180 metri di lunghezza, mentre quella di alcuni volatili supera i 270 metri!
Gli archeologi collocano la data di creazione delle misteriose linee peruviane tra il 500 a.C. e il 500 d.C. e, in mancanza di una spiegazione plausibile, affermano che questi graffiti furono incisi per motivi rituali o religiosi. Quello che a tutt’oggi non si è riusciti a capire - o tantomeno a spiegare - è perché gli indios Nazca avrebbero svolto un lavoro così titanico quando l’unica maniera per godersi appieno i disegni è guardarli dall’alto, cosa che non potevano certo fare. Convinto di questa teoria, l’americano Bill Spohrer ha provato a costruire una mongolfiera rudimentale sfruttando unicamente i materiali che i Nazca dovevano avere a disposizione, per verificare la possibilità che gli indios sapessero costruire dei velivoli ad aria. Naturalmente, dopo un breve tratto, l’aerostato Condor 1 precipitò malamente a terra, scaraventando fuoribordo i suoi due esperti piloti. INTERROGATIVI SENZA RISPOSTA
Allora, a cosa servivano le piste di Nazca. Cosa avrebbe mosso gli indios alla loro realizzazione, se si potevano osservare solo dall’alto? Alcuni studiosi, come la ricercatrice tedesca Maria Reiche - scomparsa recentemente - sono convinti che i complessi e accurati disegni che appaiono nell’altopiano siano in realtà simboli astronomici, tramite i quali si potevano prevedere le future posizioni dei corpi celesti come Sole, Luna e stelle e determinare così le stagioni più consone alla semina o al raccolto. Ma anche questa teoria, che in parte potrebbe essere corretta, non risolve certi enigmi.
Il primo: come hanno fatto indios primitivi - privi di strumenti in ferro - a incidere manualmente il terreno per diversi chilometri e con una tecnica tale da garantire la sopravvivenza dei loro graffiti per duemila anni? Il secondo: come è possibile che tali linee siano talmente dritte da presentare una deviazione dall’asse di appena due metri per chilometro? Il terzo: perché creare figure effigianti animali di dimensioni talmente gigantesche da essere pressocché inutili come punti di riferimento o per calcoli di qualsiasi tipo, a meno di non guardarli dal cielo? Se si tratta di un osservatorio astronomico, perché le linee sono così lunghe - una raggiunge i 65 chilometri - se per ottenere dei dati stagionali precisi ad altri popoli antichi sono bastati pochi metri quadrati di spazio? Il quarto: come è possibile che gli indios fossero in possesso di conoscenze zoolomorfe tali da rappresentare perfettamente alcuni animali, come un ragno del genere Ricinulei, uno degli aracnidi più rari al mondo, che alberga solo nella foresta amazzonica, illustrandone in maniera corretta persino l’organo genitale, visibile solo al microscopio? LA VENUTA DEI VIRACOCHAS
Dal mondo dell’infinitamente grande a quello dell’incredibilmente piccolo, l’operato degli Indios Nazca continua a far riflettere. Una leggenda del luogo vuole che i Nazca costruissero le linee in onore dei Viracochas, misteriosi esseri giunti da un altro paese lontano e vissuti prima degli Incas. Stando alle tradizioni locali, i Viracochas erano dèi venuti da un altro mondo. Ma come erano giunti fin qui? Le leggende, scarse e lacunose, non contribuiscono a fornire nuovi dati sull’intera vicenda. Può essere che questi Viracochas possedessero una tecnologia superiore, tramite la quale non solo sarebbe stato loro possibile giungere fino alla Terra e tracciare dall’alto le linee? Una teoria interessante sarebbe la seguente: i Viracochas intervennero direttamente, secoli orsono, nell’evoluzione degli indios Nazca, istruendoli nella semina, nei riti civili e religiosi. Al momento di ripartire, gli “dèi” forse decisero di lasciare ai Nazca, per così dire, il loro indirizzo stellare, o forse indicazioni utili per la navigazione spaziale. Il giorno in cui l’uomo si fosse evoluto tanto da poter costruire aerei o astronavi, avrebbe visto i disegni dall’alto e ne avrebbe compreso il significato, esplorando lo spazio con più sicurezza, ricambiando così la visita agli amici Viracochas. A tale scopo sarebbe stato impiegato uno strumento, un dispositivo aereo, forse una sorta di laser, con cui il terreno venne marcatamente inciso. L’ipotesi laser spiegherebbe la presenza, ai margini di numerose linee, di alcune zone bruciate, che gli esperti definiscono “fosse di combustione”, dove le rocce appaiono annerite. Sicuramente, con il tempo, una grande quantità di polvere si sarà depositata all’interno delle linee e non è escluso che i Nazca, pur senza intuire la reale natura dei pittogrammi, li reputassero simboli, a tal punto sacri da istituire il passaggio, di padre in figlio, del compito di tenerle in ordine. Si deve proprio all’abnegazione della matematica tedesca Maria Reiche, che dello studio e della manutenzione delle linee aveva fatto lo scopo della sua vita, al punto di trasferirsi in Perù nel dopoguerra, se delle piste si è stati a lungo in grado di apprezzare lo splendore. Dopo la sua morte, purtroppo, le notizie che giungono dal Perù aggiungono tristezza al mistero: le scarse precipitazioni piovose sull’altipiano, assieme all’azione di forti venti, hanno ricoperto in parte alcune linee. Sembra però che il Ministero dell’Ambiente peruviano si sia attivato a riguardo, temendo di perdere una delle sue migliori attrattive turistiche.
Speriamo che i discendenti degli indios Nazca decidano di seguire le orme dei loro padri e l’esempio della Reiche. Un giorno non lontano potremmo scoprire la giusta chiave di lettura delle linee e la loro decifrazione potrebbe schiudere una nuova via che finora ci è stata preclusa: quella delle Stelle. Mappa di Nazca
Lo scarabeo alato:kepherLO SCARABEO ALATO:KEPHER
Uno dei crop che più ha colpito l'attenzione dei ricercatori internazionali dal 2005 è quello apparso il 12 Agosto 2005 a East Field, nei pressi di Alton Priors, nello Wiltshire. Esso rappresenta indubbiamente un Kepher, ossia uno scarabeo alato, animale sacro agli antichi egizi, in quanto rappresentava il dio RA. Difatti alcuni scarabei (come lo stercoraro), hanno l'abitudine di avvolgere le loro uova in palle di fango e sterco (da qui il nome), dato che questi materiali sono ricchi di elementi chimici che scaldano le uova, aiutandone la schiusa. Gli egizi, notando che lo scarabeo moriva, per poi "rinascere" miracolosamente dalla palla di fango, videro in esso il simbolismo di RA, il dio sole che ogni giorno al tramonto moriva per poi rinascere all'orizzonte all'alba del giorno dopo. Tuttavia, questo crop ha alcuni dettagli intriganti. Innanzitutto, non si tratta di uno scarabeo normale: quelli facilmente presenti in egitto, e così spesso rappresentati nell'iconografia faraonica, sono caratterizzati da zampe lunghe posteriori e piccole anteriori. Invece il nostro scarabeo rappresentato nel crop, al contrario, ha le zampe posteriori corte e quelle anteriori molto lunghe, addirittura tendono all'esterno come due mezzelune. Ebbene, questo tipo di insetto è simile a una variante di scarabeo esistente solo a Taiwan, chiamato appunto "Scarabeo dalle braccia lunghe", o Cheilotonus macleayi formosanus (Cheirotonus macleayi formosana) formosana perché che è di Formosa. Come vedete dalla foto comparativa, sono pressoché identici. Perché mai il simbolo del dio-sole egizio avrebbe rappresentato un animale tropicale, anzi delle foreste montane della Tailandia? Ebbene, due considerazioni vanno fatte: la prima è che, secoli or sono (e ben prima dell'era dei faraoni), la zona del Nilo dove sorgono le piramidi e i templi più antichi era ricoperta da una vegetazione lussureggiante, dai tratti tropicali. La desertificazione del Sahara è l'ultimo step di un processo di "riscaldamento" cominciato con la fine dell'ultima glaciazione, oltre 10.000 anni fa. Prima l'abitat sahariano era tale che avrebbe potuto tranquillamente ospitare tali insetti. Dopo, con la desertificazione, le civlità egizie più recenti avrebbero trovato alcune rappresentazioni dello scarabeo divinizzato, e per rappresentarlo nei bassorilievi avrebbero però preso poi spunto da quanto avevano nei pressi: scarabei dalle zampe più corte. Seconda considerazione di rilievo: lo scarabeo di Formosa dalle lunghe braccia è un insetto "fotocinetico". Con questa denominazioni si intende definire quegli insetti o piccoli animali che, in assenza di luce, hanno una mobilità nulla o fortemente limitata: in pratica, si muovono solo in presenza di fonti luminose. Possiamo immaginare dunque che nell'antichità, un insetto che sembrava quasi "paralizzarsi" alla scomparsa del sole, per poi riprendere a muoversi all'alba, potesse sembrare in qualche modo magicamente correlato con l'astro diurno. Altro elemento importante è rappresentato dalle ali del Kepher rappresentato nel crop. Difatti, nella stragrande maggioranza delle rappresentazioni iconografiche egizie, lo scarabeo alato ha le ali curve, spesso talmente ricurve da chiudersi a vertice sopra la sua testa. NEl nostro crop, invece, le ali sono dritte, a taglio orizzontale addirittura. Questa particolarità era tipica della dea avvoltoio Mut, spesso rappresentata nei templi, e solo in alcuni casi era caratteristica di Kepher. Uno dei casi in cui viene raffigurato con le ali dritte è, ad esempio, in questa incisione presente nel tempio di Edfu. Ma anche qui, come vedete, le zampe dello scarabeo sono piccole. Naturalmente i riferimenti all'egitto o al dio sole RA, simboleggiato anche dal suo "occhio onniveggente" così caro alla tradizione massonica (un occhio iscritto in una piramide), non sono mancati. Ed infatti, ecco che il 24 luglio, ad Aldbourne, nei pressi di Swindon, Wiltshire appare una perfetta piramide inscritta in una sorta di ragnatela magnetica, mentre il 20 Agosto, a Marden sempre nello Wiltshire, appariva una straordinaria rappresentazione di un occhio... Gli elementi rappresentanti il dio RA non mancano davvero! Che ci sia qualcosa da capire sul Sole, in generale? O il messaggio è un'altro, ricollegabile con le antiche civilità scomparse?
Simboli Lunari
Difatti, 9 Agosto, a Wayland's Smithy, presso Ashbury, nell'Oxfordshire, viene segnalato l'apparire di questo cerchio insolito: una mezzaluna inscritta in una serie di cerchi, di cui l'ultimo è suddiviso in 20 simboli squadrati, in maniera non dissimile dal calendario azteco (suddiviso, rammentiamolo, in 18 mesi da 20 giorni ciascuno). Ma non è l'unico crop lunare: già il 28 Giugno, infatti, era apparso a Cuxham, nei pressi di Watlington ,Oxfordshire, un crop circle davvero intrigante. Rappresenta in effetti un antico simbolo pagano, la "Triplice Luna". Secondo l'antica tradizione celtico/ellenica, la triplice luna rappresentava i tre aspetti della Dea madre: giovane fanciulla, madre matura e vecchia saggia (un pò come i tre aspetti di Ecate, o le tre norne dei miti celtici). Questa triplice forma rappresentava inoltre la luna nuova, la luna piena e la luna calante. Il simbolo in sè rappresenta l'energia femminile, il mistero e le abilità psichiche: non per nulla una volta appariva sulle tiare e corone delle maghe. Ancora oggi, grazie all'avvento della religione Wicca (una ripresa di temi pagani e di magia "positiva" vista in un'ottica fondamentalmente new age) è possibile trovare un grandissimo numero di gioielli o oggetti ornati dal simbolo della triplice luna.
Maggio 2006 Dopo il sole e la Luna, potevano mancare i pianeti? certo che no. Contrariamente ad altri crop più blasonati, ricchi di un appeal iconografico più forte, il 12 Agosto, con molta discrezione, uno strano cerchio nel grano è apparso sulla Bluebell Hill, vicino a Maidstone, nel Kent (UK). Certo la sua "grafica" rispetto a quella di altri crop non è così impressionante. Però, in qualche modo, sembra rappresentare il sistema solare: c'è una sfera centrale che rappresenta il sole, e quattro altre sfere disposte su delle linee circolari che potrebbero essere delle orbite. Di questo crop, tra l'altro, esistono pochissime foto, ma la disposizione dei pianeti è abbastanza chiara. Essendo una persona curiosa, ho pensato di utilizzare un programma, SssimStudio, che è un simulatore 3D del nostro sistema solare, per vedere l'effettiva posizione dei pianeti del nostro sistema nella notte del 12 Agosto. In effetti, con una certa delusione, ho notato che i due quadri non corrispondevano affatto: d'altronde, come avrebbero potuto? le varianti planetaria di posizione erano così tante... Poi, ho pensato che in effetti il crop forse voleva indicare una data: una data a venire? Avrebbe dovuto essere una data non troppo distante, meno di un anno, altrimenti l'avrebbero "segnalata" in un crop futuro (rammentiamo che il fenomeno dei crop avviene solo quando il grano è alto, da giugno ad agosto). Così, ho premuto il pulsante "play" e ho lasciato che il simulatore corresse, e osservavo il moto rotatorio dei pianeti, mentre in basso scorrevano le date corrispondenti. Ottobre, novembre, dicembre, e poi l'inizio del 2006... con un brivido ho premuto il pulsante di stop al 7 maggio 2006, ore 5 del mattino. Come potete osservare dalla foto, la posizione dei pianeti è perfettamente identica a quella rappresentata nel crop circle. non era corretta solo la posizione relativa dei pianeti, ma anche l'orbita di competenza, vale a dire che ogni pianeta era al posto giusto anche come sequenza. Poi mi domandai come mai nel crop non fosse stata rappresentata anche la luna: ebbene, con un tuffo al cuore mi resi conto che anche la luna era stata rappresentata! In effetti, nella foto del crop, a sinistra, accanto alla sfera che rappresenta la terra, c'è un pallino scuro in alto... e, anche quello, come il resto, era nella posizione perfetta rispetto alla terra: in alto a sinistra.
A tutt'oggi è ignoto che lasci questi pittogrammi incisi nel grano estivo. Si parla di sfere di luce che si muovono silenziose sui campi di grano, piegandolo con il loro passaggio, forse grazie a una repentina e potente irradiazione di microonde. Eppure, chiunque sia l'intelligenza che sta dietro al fenomeno, ci sta indicando cambiamenti nel sole, nella luna, e nei pianeti. E, con una chiarezza impressionante, ci sta indicando una data: il 7 Maggio (7-5-2006, ore 5 am). Sono anni che persone da tutto il mondo, contattisti, veggenti e ricercatori scientifici (non ultimo Michael Drosnin, autore di "Codice Genesi") parlano del 2006 come di un anno di svolta epocale per il nostro pianeta. Ma una domanda rimane, incisa nel grano della Blubell Hill: cos'è successo il 7 Maggio 2006?
Glossario ufologicoGlossario Ufologico
AAP: “Anomalous aerial phenomena”, (fenomeni aerei anomali) acronimo anglo-sassone equivalente a U.F.O., ma generalmente meno utilizzato. Abduction 2: Si riferisce a ... Razze alieneRAZZE ALIENE
FONTE "ALIEN CICATRIX" DI CORRADO MALANGA
La possibile presenza di creature umanoidi “extra-terrestri”, testimoniata a livello visivo, ha ispirato l’ufologo americano Brad Steiger a dare una classificazione alle stesse, utilizzando le lettere dell’alfabeto greco. Non si può ancora attribuire a ciò una sicura valenza scientifica perchè talvolta, i racconti dei testimoni riportano alcuni particolari non comuni tra loro e molti ricordi potrebbero essere rimossi dagli stessi alieni (v/abductions) oppure falsati da un eccessivo stato emotivo. Comunque, anche in base a quanto dichiarato da alcuni “rivelatori”, gli apparati dell’ intelligence (americana) avevano già stilato da tempo un elenco delle quattro razze principali a cui apparterrebbero i “visitatori” spaziali. Successivamente, sempre basandosi alle varie testimonianze, si aggiunsero altre categorie che includono anche le entità di natura “spirituale” e gli esseri definiti “di luce”.
E’ la tipologia di alieno più frequente nei casi di IR. Sono chiamati anche “Grigi” (ingl.Greys) per il colore della loro pelle, appunto grigia o biancastra. La loro altezza varia tra i 60 ed i 120 cm., hanno il cranio macrocefalo e sembra che i loro occhi siano ricoperti da una nera membrana. Sono privi di peli e hanno due piccole fessure al posto del naso. Il corpo è molto esile e le braccia arriverebbero alle ginocchia. Sarebbero dotati di tre o quattro dita, a volte palmate come gli anfibi. Nei racconti delle vittime di “abductions” (v.) sono spesso i protagonisti e, particolare ricorrente, la loro forma di comunicazione sarebbe unicamente telepatica. Si ipotizza che il loro scopo sia quello di studiare la vita terrestre effettuando esperimenti su “cavie” umane ed animali. Alcuni testimoni hanno riscontrato anche la presenza di “esseri” Grigi più alti degli altri (1,70-1,80) aventi funzioni di “capo delle operazioni” o di “supervisori”; si distinguerebbero per una specie di tunica bianca che indossano e un alone luminoso che li circonda. Taluni studiosi ipotizzano che la loro presenza sia l’effetto di viaggi a ritroso nel tempo (provenienti quindi dal futuro) oppure costretti dalla necessità di trovare nuove risorse per salvaguardare la propria razza ormai in fase di estinzione. Secondo i racconti dei testimoni, i “Grigi” non fanno trapelare alcun tipo di emozione ed i loro movimenti appaiono quasi automatici: questo potrebbe adirittura far pensare che si tratti di “cloni” biologici o robot programmati da “intelligenze superiori”. A questa specie apparterrebbero anche le creature vittime dell’ UFO-crash di Roswell e gli esseri autori del rapimento dei coniugi Hill . Secondo alcuni ufologi, proverrebbero dalla costellazione binaria di Zeta Reticoli (v.) in quanto una mappa stellare di quel sistema era presente all’interno dell’ astronave descritta dai coniugi Hill. Qualche “rivelatore” (es.John Lear e Bob Lazar) afferma che il governo degli Stati Uniti avrebbe stipulato già negli anni ’50 un patto segreto (definito “scellerato”) con esponenti E.T. Grigi. Di questa razza sono state attribuite ulteriori classificazioni in seguito ad alcune diversità riscontrate nei racconti degli addotti. Talvolta, la presenza dei “Grigi” è accompagnata anche da esseri di altre razze aliene, ma in questo caso il loro “ruolo” pare essere di inferiorità gerarchica.
TIPO BETA Chiamati anche “Nordici” , sono la tipologia di alieno a noi più simile e sono considerati da numerosi testimoni come i veri “fratelli spaziali”. Il loro aspetto estetico è assimilabile agli Scandinavi e la loro altezza può superare spesso il metro e novanta. Vestono una tuta (bianca o azzurra) e portano una larga cintura in vita. Secondo alcuni contattisti (es.Adamski, Meier, Siragusa) sono i messaggeri della “pace cosmica” e, non a caso, qualcuno li scambia per angeli o divinità scese sulla terra a lanciare moniti e offrire consigli all’ umanità. Disporrebbero di alcune basi sotterranee e sottomarine sul nostro pianeta e sembra che molti di essi siano già “integrati” tra la popolazione terrestre. Farebbero parte della cosiddetta “Coalizione Bianca” o “della Luce”, in netto contrasto con le “Forze del Buio”, alieni ostili e parassiti del genere umano. Sarebbero tuttavia presenti in alcuni casi di “abduction” dove il soggetto “prelevato” avrebbe identificato la presenza anche di questa razza. TIPO BETA 2 Si classificano tali gli umanoidi dalla pelle scuro-olivastra e dall’ atteggiamento decisamente ostile, fautori di “oscure” attività sul pianeta Terra. Potrebbero essere proprio loro i misteriosi “Men in black” (v.) TIPO BETA F Sarebbero le creature spirituali che appaiono spesso ai sensitivi o a chi sostiene di avere assistito a visioni “mistiche”. Un’ ipotesi da non sottovalutare le identificherebbe come entità “interdimensionali” che entrano nella sfera visiva dei testimoni attraverso alcuni “portali” di comunicazione. TIPO GAMMA Con questa tipologia Steiger classifica le creature umanoidi dall’ aspetto selvaggio (es.simili allo yeti) in apparenza biologiche ma più probabilmente automi creati dagli stessi alieni per raccogliere “campionature” sulla Terra (v/Chupacabras). TIPO DELTA Potrebbe apparire la più assurda tra le categorie delle “razze aliene” ma, alla luce delle numerose e oltremodo sconvolgenti testimonianze, dobbiamo tenerla in seria considerazione. Tra gli esseri che rientrano nel tipo “Delta” ci sono i cosiddetti “Rettiliani” o “Rettiloidi”, molto alti (2,20-2,80) e robusti, caratterizzati dalla pelle a scaglie e dal muso simile ai rettili. Hanno mani dotate di grosse unghie ed il pollice opponibile mentre sul capo sono state notate delle specie di creste o protuberanze. Alcuni testimoni descrivono questi esseri inquietanti simili a grandi lucertoloni che si muovono su due zampe. Sembra che il “ruolo” che li contraddistingue tra le altre specie, sia quello di imporre il proprio “controllo” su vaste aree dell’universo. Oltre a collaborare con alcune altre razze e a dirigere abitualmente le “operazioni”, svolgerebbero il ruolo di “superiori” anche nei confronti di personale militare terrestre. Potrebbero insediare alcune basi sotterranee che, per loro, sarebbero di notevole importanza strategica. Alcune ipotesi parlano di insediamento vero e proprio in alcuni “posti di comando” terrestri, assumendo in fattispecie sembianze umane grazie alle loro avanzate conoscenze di ingegneria genetica.
A questa categoria apparterrebbero anche gli esseri definiti “Insettoidi”, simili a enormi cavallette o mantidi e quelli classificati come “anfibioidi” e più affini alle rane per l’ aspetto del muso e delle dita palmate.
L'IPOTESI MALANGALe “tipologie” di alieno qui classificate emergono principalmente dalle testimonianze dei cosiddetti “addotti”, vittime cioè di rapimenti da parte degli extraterrestri. Nell’ ufologia moderna numerose sono le teorie che cercano di dare una spiegazione a questo fenomeno che si presenta sempre più frequentemente. Un recente studio (“Alien Cicatrix”) del Prof.Corrado Malanga, docente di chimica all’ Università di Pisa, ipotizzerebbe una presenza invasiva di questi esseri nei confronti delle persone coinvolte, pertanto, la vera intenzione sarebbe quella di praticare una vera e propria forma di “parassitismo” nei confronti dell’ addotto. Il grado di “interferenza” avverrebbe in funzione dei “gruppi di potere” a cui apparterrebbero le stesse entità aliene. Inoltre, durante le fasi dell’ “abduction” non ci sarebbe quasi mai un’ azione contemporanea da parte di più razze, ma solo una per volta. Il raggiungimento di tali considerazioni, viene dato dai racconti di centinaia di testimoni sottoposti a “ipnosi regressiva”, dove si riscontrano sorprendenti analogie riguardo all’aspetto ed al “modus operandi” degli extraterrestri. Abduction: il caso Travis WaltonABDUCTION: IL CASO TRAVIS WALTON TRAVIS WALTON
La sera del 5 novembre del 1975 si verificò, in Arizona, uno dei casi di abduction più importanti della storia. L'ufo crash della PreistoriaL'UFO CRASH DELLA PREISTORIA
Nel 1938, in una caverna, tra le montagne del Tibet, al confine con la Cina, nella regione di Bayan Kara Ula, furono ritrovati numerosi scheletri di esseri umani di razza sconosciuta, con crani sproporzionati e piccoli corpi, alti circa 130 cm. Inizialmente furono considerate scimmie, ma nessun animale, per quanto evoluto, avrebbe mai potuto procedere a tali sepolture. Nelle tombe, oltre ai corpi, furono rinvenute ben 716 dischi di pietra, nei quali erano incisi strani ideogrammi, anch'essi sconosciuti. Capo della spedizione, fu l'archeologo cinese Chi P'u Tai, il quale, dopo aver aperto tutte le tombe, portò a Pechino i reperti trovati sul luogo, compresi gli strani dischi, ciascuno di circa 1 metro di diametro, forati al centro: si trattava di reperti di circa 12.000 anni prima. Per circa vent'anni, i reperti rimasero praticamente dimenticati nei magazzini di Pechino. Nessuno sapeva l'origine né la funzione dei dischi; nessuno capiva come potessero essersi evoluti in quel modo i corpi degli individui ritrovati. Solo dopo molti anni, uno studioso e archeologo cinese, il Prof. Tsum Um-Nui, insieme ad uno staff di altri cinque scienziati, iniziò a studiare questi reperti. Le considerazioni che ne scaturirono furono incredibili, tanto che le autorità cinesi ne vietarono la diffusione. Solo nel 1965, con la pubblicazione di un documento intitolato Navi Spaziali di 12.000 anni fa, iniziò la divulgazione della scoperta: Tsum Um-Nui spiegò che, secondo le sue traduzioni, effettuate dai geroglifici dei vari dischi di pietra rinvenuti, si raccontava di una navicella spaziale, giunta da un altro pianeta, che aveva avuto un grave incidente sulle montagne di Bayan Kara Ula. Gli alieni che si salvarono, entrarono in contatto con le popolazioni primitive del luogo, ma gli umani, solo dopo molto tempo, accetarono la presenza di queste strane creature, che avevano comunque intenzioni pacifiche fin dall'inizio. In particolare, in uno dei dischi, l'incontro veniva così spiegato: "I Dropa (nome attribuito agli esseri alieni) scesero dalle nubi del loro oggetto volante. I nostri uomini, donne e bambini si nascosero dieci volte nelle caverne prima dell'alba, finché capimmo che i Dropa avevano intenzioni pacifiche...". Probabilmente, dopo il crash, gli alieni non furono più in grado di ricostruire l'astronave, rimasero così "imprigionati" sulla Terra e, quasi certamente, si accoppiarono con gli umani, dando vita ad un'etnia che rimase isolata sulle montagne per migliaia di anni. Il prof. Tsum Um-Nui parla di 12.000 anni fa, poiché, su alcune incisioni ritrovate nelle pareti delle caverne, è raffigurato il Sole nascente, la Luna, alcune costellazioni e la Terra, il tutto collegato da puntini, quasi a spiegare il percorso eseguito dall'astronave per giungere sul nostro pianeta. La posizione dei pianeti e delle costellazioni ha portato poi il professore alla datazione. Successivamente, furono raschiate le superfici di alcuni dischi. Dall'analisi che ne seguì, il materiale di cui erano composti risultò contenere un'alta percentuale di cobalto e di altre sostanze metalliche. I dischi di granito, all'oscilloscopio, reagirono emettendo vibrazioni ad un ritmo stranamente regolare, perché carichi di una notevole quantità di energia elettrica. Quei reperti, vecchi di dodicimila anni, non potevano essere manufatti terrestri. Il Prof. Tsum Um-Nui morì nel 1965, per un attacco cardiaco. Furono cercati i suoi appunti sulle scoperte di Bayan Kara Ula, ma tutto era stanamente sparito. L'ultimo ad aver parlato della storia dei dischi rinvenuti fu l'ufologo viennese Peter Krassa che, nel 1975, li vide esposti in una teca del museo Bampo a Xian, in Cina, e li fotografò. Oggi, dei numerosi studi condotti sui reperti e dei dischi rinvenuti, si è persa ogni traccia. Roswell: Un rompicapo senza fineROSWELL: UN ROMPICAPO SENZA FINE
Da dieci anni il ricercatore Ed Gehrman cerca di verificare l’attendibilità delle informazioni correlate alla divulgazione del filmato dell’Autopsia Aliena. Sei anni fa Gehrman ricevette la testimonianza di un ex-poliziotto militare che rivelava di aver partecipato alle operazioni sul luogo dell’incidente di Roswell.
Egli vide uno degli esseri, le cui fattezze erano identiche alla creatura sottoposta ad autopsia nel Santilli Footage Il caso Roswell. Un rompicapo senza fine e ormai da cinque anni accompagnato, propriamente o meno, dal Santilli Footage, il filmato della cosiddetta Autopsia Aliena divulgato dal documentarista inglese Ray Santilli ed oggetto di una controversia mai sopita, mai risolta. Ci stiamo avvicinando alla soluzione del problema Autopsia Aliena? Ne parliamo più avanti, infatti nella questione si è aperto uno spiraglio. Partiamo però dallo scenario dell’incidente di Roswell. L’estate 1947 vide uno o più schianti di oggetti volanti non identificati sul territorio del New Mexico, in un’area che si estende per centinaia di chilometri e che rappresentava all’epoca, ma tutt’ora deve svolgere un ruolo assai simile, il fulcro della Difesa statunitense, con le installazioni di Roswell, Los Alamos, Alamogordo e White Sands, cioè basi aeree, laboratori atomici, poligoni missilistici. Impossibile, sarebbe stato, in simile contesto, emettere un comunicato stampa errato, quello che l’otto Luglio dichiarò che “un disco volante era stato recuperato dai militari”. Perché il comunicato non nacque da indizi o da testimonianze strampalate, ma da una situazione “de facto”, in cui il personale di intelligence e l’ufficio stampa della base di Roswell si trovarono coinvolti. Che poi sia arrivata la smentita, con la storia del “pallone sonda”, ormai sembra irrilevante. Che l’Aeronautica statunitense abbia goffamente liquidato la faccenda nel 1997, con il “Roswell Report: Case Closed”, un voluminoso fascicolo che attribuisce tutto ad un mastodontico malinteso dato da palloni sonda e manichini, anch’esso è irrilevante. Non esiste infatti ricercatore che si rispetti, in questo mondo dell’ufologia tanto diviso da mille rivoli di saggezza, che non sappia in cuor suo come andarono le cose e che dia alla versione ufficiale del governo USA il benché minimo credito. Il problema è che sono morti quasi tutti, i testimoni dell’epoca, e chi è ancora in vita ancora oggi non ha il coraggio di parlare. O preferisce restare anonimo.
Lo stesso avviene con l’autopsia filmata, il cui autore - conosciuto come “Jack Barnett”, ad oggi apparentemente residente in Florida, ormai almeno ottanseienne - resta nell’ombra. Senza averne stabilito la reale identità, senza una sua testimonianza definitiva ed inoppugnabile, senza verificarne le credenziali, senza un suo “affidavit” (dichiarazione giurata, come quella rilasciata dal Colonnello Corso, deceduto subito dopo) che vena reso noto pubblicamente, le ricerche su un documento come il filmato dell’Autopsia Aliena, restano a un punto morto. I trasporti via terra Il Santilli Footage ha reso tutto più complicato. Laddove le creature (a sei dita) filmate (e le circostanze) dell’autopsia cui si riferisce il fantomatico cineoperatore “Jack Barnett” non corrispondono alle classiche coordinate dell’incidente di Roswell (due schianti, uno a Corona, uno nei piani di San Augustin, fra il 3 e il 4 Luglio 1947) e alla morfologia delle creature (EBE a quattro dita), mentre “Barnett” colloca le sue riprese in una data (31 Maggio 1947) ed in una zona (Socorro) diverse. Socorro si trova quasi a metà strada fra Corona e Magdalena, la provincia dei Piani di San Augustin. All’epoca, gli spostamenti in queste regioni accidentate e desertiche si affrontavano o a dorso di mulo o mediante campagnole, e i tempi di percorrenza erano piuttosto lunghi. Il solo Colonnello Corso (v. “Il Giorno dopo Roswell”, ed. Futuro) ha aggiunto un elemento importante in merito - non alla data - bensì alle modalità del trasporto dei materiali più delicati (cadaveri delle EBE) dal luogo dell’incidente a Wright-Patterson e Fort Worth: a suo dire si scelse, per ragioni di sicurezza, un trasporto via terra, a bordo di camion. Noi riteniamo, sulla base del controllo incrociato di tutti i dati, testimonianze incluse, plausibile la seguente ipotesi: si verificarono diversi incidenti, le creature sarebbero state di almeno due tipi diversi e i trasporti furono pianificati ed eseguiti in un arco di tempo che va dai primi di Giugno ai primi di Luglio 1947. In questo scenario emerge ora un testimone oculare, anonimo, del recupero dell’UFO di Roswell, il quale ne delinea un collegamento con il Santilli Footage. La percentuale di ufologi che sostengono l’importanza di tale testimonianza e la sua possibile validità è inferiore rispetto a quanti ritengono il contrario. L’informatore, un ex MP (poliziotto militare) è in contatto con un ricercatore piuttosto noto e serio, Ed Gehrman, che ha reso nota questa testimonianza il 31 Marzo 2000 via Internet. La premessa di Gehrman Il racconto del Poliziotto Militare Faceva un caldo infernale Ricevetti una chiamata verso le 11:OO di sera, per un rapporto d’emergenza. Salii su una jeep, seguito da diversi colleghi, di cui non ricordo i nomi. Guidammo per circa due ore e mezzo, due ore e 45 minuti, in una zona semi-desertica, era notte fonda e le sole luci erano quelle della jeep. Non incontrammo centri urbani, ero solo da 4-5 mesi nella base e non conoscevo la zona. La nostra velocità, su strada normale era di 40-45 miglia orarie, molto più lenta su sterrati, l’unica maniera per raggiungere il posto era fuori strada. (Credo che ci dirigemmo ad ovest sulla 70, ancora ad ovest sulla 380) - il punto dove dovrebbe avere visto il segnale “Socorro”, nota di Ed Gehrman - poi girammo verso sud, all’altezza o nei pressi di Carrizozo sulla 54, anch’essa allora non asfaltata. Per quanto possa ricordare, erano le due-tre del mattino del 4 Luglio. Certamente non Maggio o Giugno, faceva un caldo infernale, da piena estate in New Mexico. Appena arrivati, la prima cosa che notai furono le luci dei riflettori e mi chiesi cosa diavolo stesse succedendo. Il Colonnello Blanchard ci ordinò di montare la guardia. Vidi lo scafo e pochi secondi dopo vidi la creatura. Direi di averli osservati per quattro-cinque minuti, quantunque ci avessero detto di piazzarci di spalle rispetto alla nave.” Un oggetto a forma di manta “Non vidi tutte le creature, ma solo una, mentre la coprivano con un telo e la caricavano su un camion. Aveva sei dita, non tre o quattro. Mentre la deponevano su una barella, un suo braccio scivolò urtando un MP. Fu allora che mi resi conto che era strana. Guardai meglio e notai che aveva sei dita. Qualcosa che non si dimentica! Aveva una testa grossa, pelle pallida, un colorito quasi orientale ed era piccola, circa un metro e mezzo, suppongo. Lo dedussi dal fatto che, benché disteso, il corpo era più corto di quella barella. Lo rammento come se fosse successo ieri. La creatura visibile nel filmato dell’autopsia aliena è esattamente uguale a quella che vidi io. Può quindi immaginare il mio shock quando vidi il filmato in TV. Mi sentii quasi morire. Ho visto tutto il filmato dell’autopsia e la scena dei rottami. Direi che tali rottami provenivano dall’interno del velivolo, sulla cui superficie non vidi alcuna insegna. La creatura indossava una tuta argentea, niente casco. Non mi fu permesso di guardare all’interno dello scafo. Dovevamo piantonare l’area volgendo le spalle alla nave e assicurarci che nessuno si avvicinasse. Lo scafo si era schiantato contro le rocce, frantumandole e spaccandosi nella parte anteriore. La fiancata sinistra presentava un enorme squarcio, che si estendeva dal centro verso il basso. A me parve come se qualcosa fosse esploso all’interno del velivolo. Mi trovavo a quattro o cinque metri dall’oggetto, che era a forma di ‘Manta’, con una serie di strane piastrelle sulla parte ventrale da cui proveniva un insolito brillio. Era scuro e i riflettori non erano stati ancora posizionati, così riuscii a osservare quello strano riverbero. I militari piazzarono anche dei fari verso l’esterno, in modo tale che nessuno a distanza potesse distinguere alcunché dell’area. L’intera zona era piena di gente che non conoscevo. Truman (l’allora presidente USA, N.d.R.) non era sul posto, ma erano presenti molti ufficiali del DOD (Dipartimento della Difesa) in comando. Molti degli agenti della MP erano in borghese, qualcuno in giacca e cravatta. Il ‘debriefing’ (ordini impartiti a fine servizio, N.d.R) fu condotto da quelli del DOD, o almeno così si qualificarono, dal che dedussi che a comandare erano loro. Il Colonnello Blanchard, il mio ufficiale in comando, dirigeva l’operazione. Ci spostammo, per dar modo all’autogru di issare il velivolo sul pianale di un autocarro militare per essere coperto con una grossa tela cerata. Fu l’ultima volta che lo vidi. Posso anche dirle con certezza che le creature vennero portate alla base (di Roswell, N.d.R.) e poi trasferite per via aerea in varie località, inclusa Wright-Patterson. Dopo, mi venne detto di dimenticare tutto ciò che avevo visto. Fui condotto nell’ufficio del Colonnello Blanchard, lui non era presente. Due uomini in abiti civili si qualificarono come DOD e mi intimarono di non farne parola con nessuno, neppure i parenti, nell’interesse e per il bene del paese e della mia famiglia. L’hangar 84 In seguito ci furono solo voci. La maggior parte di noi ha avuto paura di parlare. So che tre autocarri militari giunsero alla base carichi di parti dello scafo, che poi vennero trasportate a Wright-Patterson, come ho già detto, su un aereo pilotato dall’amico Pappy Henderson. Fu lui a trasferire i corpi. Secondo Pappy Henderson l’unica altra area coinvolta fu il Foster Ranch (a Corona, N.d.R.). Il peggio era che nessuno sapeva dello schianto. A mia memoria, pochissimi alla base ne sapevano qualcosa, e non aprivano bocca. L’unica persona con cui mi confidai fu Henderson. Conoscevo Jesse Marcel, ma solo di vista, e Cavitt (l’ufficiale d’intelligence che si recò al Foster Ranch con Marcel, N.d.R.). Non mi avvicinai mai all’hangar dove avevano sistemato lo scafo. Venimmo tutti a conoscenza del comunicato stampa (il recupero del disco volante, emesso l’8 Luglio), ma quando la storia del pallone sonda venne fuori, quelli che non ne sapevano nulla ci risero su. Pappy mi disse che non tutti gli uomini di guardia all’hangar erano poliziotti militari. Lo sorprese che alcuni civili fossero sul posto, ma fuori dall’hangar. L’hangar con i corpi e i rottami, credo fosse l’84. Avevo trentadue anni all’epoca. Ci penso sempre. Uno spettacolo che non puoi scordare. Ti viene da dire: ‘Mio Dio! Qualcosa da un altro mondo è giunto qui e il Governo vuole che nessuno lo sappia’. Ripensando a quei giorni ti convinci che se ne avessi parlato con qualcuno, mi avrebbe preso per pazzo. Solo dopo aver saputo che altri erano usciti allo scoperto, mi sono deciso a farlo anch’io. Mi domando se la verità verrà mai a galla. Il problema oggi è che non abbiamo nessuna prova, niente da mostrare. Credo che qualcuno a Washington abbia fatto in modo che il mondo non ne sapesse mai nulla. Io spero e prego che la verità esca fuori presto. Sto invecchiando e, prima di morire, vorrei che la gente sappia la verità.” Il caso dei coniugi HillABDUCTION: IL CASO DEI CONIUGI HILL
Quando il caso dei coniugi Hill divenne di dominio pubblico, nel 1966, nonostante il rapimento fosse avvenuto nel 1961, l'ufologia mondiale lo trattò come un episodio isolato, non troppo attinente con la casistica più tradizionale. Il caso Hill fu invece il primo di una lunga serie. Tutto iniziò, come ormai è risaputo, nel 1961 vicino alla località di Lincoln, nel New Hampshire. Ripercorriamo insieme l'incredibile vicenda. I due coniugi Betty e Barney Hill si trovavano a bordo della loro auto, quando videro delle luci. Sembrava che seguissero proprio la loro vettura. Si fermarono ed entrambi scesero dall'auto per constatare cosa fossero quei misteriosi lumi. Dopo pochi minuti videro 11 individui venire verso di loro con passo sincronizzato. Fu quella particolare camminata, simile a una marcia militare, a spaventare Barney, che poi riferì:" Avevo come l'impressione che volessero catturarci e quindi risalimmo subito in macchina ". L'auto degli Hill si trovava sulla statale, ma d' improvviso, inspiegabilmente, si ritrovarono in una strada laterale. I due coniugi, molto spaventati, fecero ritorno alla loro abitazione, senza riuscire a darsi una spiegazione di quell'assurdo cambiamento di strada. La paura è a volte l'elemento che provoca la perdita di memoria durante i rapimenti; proprio per questo molti studiosi, con nozioni di psicologia, cercano di sensibilizzarci a non avere paura di questi ET. BARNEY - Guardo attraverso i finestrini dell'auto e vedo una stella. È strano, ma dico: "Betty, è un satellite". Poi mi accosto al bordo della strada, e Betty si precipita fuori con il binocolo... Guardo il cielo... e dico a Betty: "Sbrigati, voglio vedere anch'io". E vedo che non è un satellite. È un aereo. Lo dico a Betty e gli ripasso il binocolo. Sono soddisfatto. Le testimonianze dei coniugi Hill aprirono un nuovo capitolo della ricerca ufologica. Grazie a loro l'ufologia si evolveva ed entrava in un ambito che neppure Hynek aveva indagato. Oltre gli incontri, i rapimenti. Qualcuno prova sgomento, nel pensare a quanto le entità extraterrestri dissero ai due testimoni ovvero che se avessero voluto ritrovarli, non avrebbero avuto alcuna difficoltà. La deduzione può sembrare ovvia: gli alieni ci controllano e possono disporre di noi a loro piacimento. I casi di abduction successivi, tuttavia, ci inducono a esplorare il fenomeno sotto diverse prospettive e a considerare che fino ad ora gli occupanti degli Ufo non hanno mai manifestato una reale ostilità verso i loro "ospiti". |
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